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Pali blu di Pollock
Espressionismo astratto e ispirazione surrealista.
Autore: Giuseppe Nifosì Pubblicato in Il Novecento: gli anni Cinquanta e Sessanta – Data: Maggio 2, 2021 2 commenti 6 minuti
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Il dipinto Pali blu fu realizzato nel 1952 dall’artista americano Jackson Pollock (1912-1956), il principale pittore dell’Action Painting, l’esponente più schiettamente “gestuale” dell’Espressionismo astratto statunitense, nonché uno dei pittori moderni più conosciuti dal grande pubblico. L’artista espose per la prima volta il quadro alla Sidney Janis Gallery con il titolo Number 11, 1952. In seguito, fu egli stesso a mutare il titolo in Blue Poles, Pali blu, e da allora il quadro è conosciuto con questo nome.

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Jackson Pollock, Pali blu, 1952. Olio, duco, colori ad alluminio su tela, 2,10 x 4,88 m. Canberra, National Gallery of Australia.

Non un dipinto ma il dipingere

Pollock eseguì questa grande opera versando o spruzzando, sul fondo grigio-nero della tela steso con un rullo, vernici all’alluminio, smalti sintetici e colori ad olio, per mezzo di pennelli da imbianchino e pezzi di legno. Nonostante l’adozione di un linguaggio per certi versi rivoluzionario, l’opera incontrò subito il favore della critica più aggiornata, che in quel groviglio colorato, realizzato in apparenza a casaccio, riconobbe un’immagine capace di esprimere il senso dell’energia, di una energia vitale governata da regole misteriose. D’altro canto, un quadro di Pollock «non è un dipinto, è il dipingere.

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Non è la rappresentazione di qualcosa percepito nello spazio, ma l’espressione di qualcosa percepito nel tempo. Il ritratto di un’azione, di un’esperienza – l’arte nel suo prodursi – nonché l’urlo bruciante da cui è scaturita. È come se un fotografo riuscisse a mostrarci nello stesso scatto, non solo il pugno sferrato sul mento, ma la lite, le provocazioni e tutta la serata di baldoria che l’hanno preceduto. Il quadro sarà pure astratto, ma il furore che ne esce sembra di poterlo toccare» (M. Covacich).

Una foresta di segni

L’opera presenta un affascinante ginepraio multicolore di linee e gocce con prevalenza di tonalità rosse e gialle, interrotto, aperto, quasi lacerato da otto “pali” scuri (che danno il titolo al quadro), otto lunghi segmenti variamente inclinati e distribuiti a cadenze regolari lungo tutta la tela. Alcuni sono orientati verso sinistra, altri verso destra; tutti sono arricchiti da elementi segnici rivolti prevalentemente a destra.

L’osservatore, ipnoticamente attratto da quell’intricata foresta di segni, trova nei pali un appiglio visivo, una occasione di sostegno per lo sguardo, riconoscendo in quell’ultimo disperato residuo di ordine, di regolarità, una manifestazione della ragione, del pensiero, laddove lo spazio, anzi il non-spazio, dell’intero dipinto diventa il luogo dell’inconscio che dà voce alle paure più irrazionali e incontrollabili.

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Si noti che i pali citati dal titolo non sono blu e anzi questo colore è assente dal campo cromatico del dipinto. Il blu è solo evocato, come anelito di una trascendenza che appare lontana. Inoltre, benché la nozione di “palo” alluda a qualcosa di solido, dunque a un pieno, tali segni possono essere percepiti come lacerazioni della tela, dunque dei varchi che interrompono e attraversano l’intricato (e quindi inestricato) groviglio delle linee colorate.

Jackson Pollock al lavoro nel suo studio.

Astrattismo e surrealismo

Pollock aveva studiato le opere degli indiani Navajo; e proprio ispirandosi alle pitture di sabbia realizzate a scopi magici dai nativi americani l’artista conferì ai propri dipinti astratti, dalla forte tendenza espressionista, delle marcate connotazioni surrealiste, trattando prevalentemente soggetti totemici e mitologici (e questi “pali blu” sembrano esserlo), alla ricerca di significati profondi e inconsci. Anche la tecnica gestuale del dripping gli garantiva un risultato immediato e gli consentiva una presa di contatto istantanea con l’opera, che quindi scaturiva dal suo inconscio, formandosi da sé.

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Questa ispirazione surrealista dell’opera di Pollock (e non dimentichiamo che anche la tecnica del dripping venne usata per la prima volta dal surrealista Max Ernst) non può essere ignorata. Adottando il linguaggio astratto, infatti, e perseguendo un processo di automatismo psichico, Pollock intendeva riversare sulla tela la propria interiorità (che è “caotica” in quanto misteriosa, difficile da analizzare razionalmente), rendendola manifesta anche senza fare ricorso a un soggetto.

Jackson Pollock al lavoro nel suo studio.

Achille Bonito Oliva

Scrive il critico d’arte Achille Bonito Oliva che, in Pollock, la creatività si apre «all’impulso che sale come un conato e si afferma per la sua intensità e non per la sua chiarezza». L’automatismo del gesto è quindi «direttamente proporzionale all’automatismo della psiche, al moto inconsulto e involontario del profondo»; l’attività artistica è «l’arpione che agguanta la scheggia luminosa e notturna dentro il magma dell’inconscio». Con Pollock, insomma, «la pittura diventa il punto in cui la sostanza psichica precipita dentro la materia dell’arte». Lo ha detto chiaramente l’artista: «La pittura è uno stato dell’essere. La pittura è la scoperta di sé. Ogni buon artista dipinge ciò che è».

Jackson Pollock, Convergence (Convergenza), 1952. Olio su tela, 2,37 x 3,93 m. Buffalo (New York), Albright-Knox Art Gallery.

Un’ansia esistenziale

Dipingendo Pali blu senza immagini, senza figure, senza simboli, praticamente senza forme, come d’altro canto tutti i suoi dipinti dalla fine degli anni Quaranta, Pollock non intendeva ritrarre l’epoca in cui viveva ma esprimere con straordinaria efficacia quell’ansia esistenziale, quell’anelito di libertà totale che lo portarono alla dipendenza dall’alcool e alla morte prematura. Pali blu è infatti un quadro decisamente astratto, eppure Pollock ha sempre rifiutato l’etichetta di astrattista. Sembra una contraddizione ma a ben riflettere non lo è: la sua pittura può in qualche modo essere assimilata all’Astrattismo ma è il risultato di una ricerca diversa.

Pittori come Kandinskij, Malevič, Mondrian costruivano le proprie opere astratte con piena consapevolezza, dosando e modulando forme e colori. Pollock, invece, adottava l’arte come terapia, come rituale magico di liberazione, e mai quadri astratti hanno parlato dei loro autori quanto le sue opere. Nelle proprie tele, Pollock mette a nudo la sua anima e sembra voler invitare il pubblico a entrare nei suoi intrecci cromatici, per cercare qualcosa che là dentro è nascosta, invisibile ma presente. Qualcosa che, esplorando il quadro, ognuno può trovare dentro di sé.

Jackson Pollock, Number 1, 1950 (Nebbia di lavanda), 1950. Olio, vernice e alluminio su tela, 221 x 175 cm. Washington D.C., National Gallery of Art.


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