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Piacentini e l’urbanistica fascista
Strade e piazze nel mito della romanità.
Autore: Giuseppe Nifosì Pubblicato in Il primo Novecento – Data: Marzo 29, 2021 0 commenti 11 minuti
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Marcello Piacentini (1881-1960), uno dei più importanti e autorevoli esponenti dell’architettura vicina al regime fascista, ricevette incarichi fondamentali in veste di urbanista, contribuendo in modo determinante alla definizione di città “mediterranea” il cui impianto e il cui aspetto si ispiravano ai grandi modelli del passato.

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L’influenza di questo architetto sulla stesura del piano regolatore della capitale, nel 1931, fu determinante; i rapporti edificio-città, da lui concepiti sulla base del classicismo monumentale e l’organizzazione delle diverse tipologie significative, furono la base di partenza per lo sviluppo macroscopico che Roma avrebbe maturato a partire dagli anni Cinquanta.

Marcello Piacentini e altri, la Città Universitaria di Roma in una foto aerea degli anni Trenta.

La Città Universitaria di Roma

Nel 1932, in tale ambito, Piacentini ottenne uno degli incarichi più prestigiosi della sua carriera: la direzione generale dei lavori e il coordinamento urbanistico-architettonico della Città Universitaria di Roma. L’architetto coinvolse nell’impresa un gruppo di giovani architetti, cui venne affidata la progettazione di alcuni singoli edifici: ricordiamo fra questi Giovanni Michelucci, Gio Ponti, Giuseppe Pagano e Arnaldo Foschini. Piacentini lasciò a questi suoi collaboratori una certa libertà di espressione.

Modello della Città Universitaria nella soluzione del 1932. Foto d’epoca dall’Archivio Storico dell’Università La Sapienza.
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Marcello Piacentini, Rettorato della Città Universitaria di Roma, 1932-35.

La sua facciata del Rettorato presenta una spiccata monumentalità, come si conveniva all’edificio più istituzionale dell’intero complesso. Il grande rettorato estende il prospetto principale in larghezza, limitandone l’altezza, e valorizza l’ingresso con una sorta di pronaos da tempietto tetrastilo greco, dove al posto delle quattro colonne troviamo alti pilastri privi di capitello. Il prospetto è poi punteggiato da piccole finestre rettangolari che ritagliano l’ampia superficie bianca incolonnandosi.

Marcello Piacentini, Rettorato della Città Universitaria di Roma, 1932-35.

La rivista «Architettura»

Dalle pagine della rivista «Architettura», della quale era anche direttore, nel dicembre 1935 Piacentini espresse in modo esplicito le generali direttive progettuali che aveva impartito per la Città Universitaria di Roma.

Un numero della rivista Architettura, diretta da Marcello Piacentini.

«L’architettura della Città Universitaria, nella sua assoluta semplicità, non rinuncia a nessun postulato di modernità, ma la sua concezione generale è sempre nata in un clima classico mediterraneo. Nessuna concessione è stata fatta alle formule ostentatamente ultrarazionaliste (come i grandi fascioni di vetro, o le masse piantate sul vuoto dai piani terreni e sospese su esili pilastri). Tutto qui è ragionato, pensato, realizzato in base alle necessità tecniche e spirituali. Abbiamo cercato di costruire edifici non di moda, ma che abbiano le eterne qualità della essenzialità: nello stesso modo che non s’è dato ascolto alla facile enfasi retorica o scolastica, come in tanti edifici pubblici del passato, italiani e stranieri. S’è voluto esprimere, in forme solenni e durature, il rinnovato spirito della stirpe. L’aspetto architettonico degli edifici è semplice e appropriato alla loro severa funzione».

Marcello Piacentini, Rettorato della Città Universitaria di Roma, 1932-35.

L’E42 e il Palazzo della Civiltà italiana

Nel 1936, Piacentini mise a punto il piano per l’E42, oggi EUR, un quartiere residenziale e amministrativo nella prima periferia di Roma, concepito per ospitare la grande Esposizione Universale di Roma, prevista per il 1942, in occasione del ventennale della marcia fascista su Roma.

Marcello Piacentini, Piano dell’E42, 1938-43. Roma.

Fra il 1938 e il 1942 furono realizzati alcuni edifici previsti per il piano, tra cui il Palazzo della Civiltà Italiana, noto anche come Palazzo della Civiltà del Lavoro o semplicemente Colosseo Quadrato. Questo edificio-simbolo, oggi considerato un’icona dell’architettura italiana del Novecento, fu progettato dagli architetti Guerrini, La Padula e Romano, che lo concepirono come un cubo ricoperto di travertino, posto sopra un basamento con due gradinate collocate ai due lati opposti, alto 50 metri e con le quattro facce aperte da 6 file orizzontali di 9 archi ciascuna.

Giovanni Guerrini, Ernesto Bruno La Padula, Mario Romano, Palazzo della Civiltà Italiana all’E42, 1938-42. Roma.

Modello esemplare della monumentalità fascista, nonché emblema del classicismo semplificato di Piacentini, il Colosseo quadrato, con la sua struttura in cemento armato e le sue forme classiche, si pone come alternativa “nazionale” al Razionalismo propugnato da Terragni e Michelucci.

Giovanni Guerrini, Ernesto Bruno La Padula, Mario Romano, Palazzo della Civiltà Italiana all’E42, 1938-42. Roma. Particolare.
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Giuseppe Terragni, Casa del Fascio a Como, 1932-36. Prospetto principale.

Le sculture di matrice neoclassica

Grande importanza assume in quest’opera la presenza di sculture di forte matrice neoclassica: sul basamento sono collocati i gruppi scultorei equestri raffiguranti i Dioscuri, mentre sotto gli archi del pian terreno si trovano 28 statue allegoriche alte più di tre metri che rappresentano l’Eroismo, il Genio Militare, il Genio politico, l’Ordine sociale, la Musica, le Arti, le Scienze e i Mestieri. Sicuramente il Colosseo quadrato, cui va peraltro riconosciuta una certa retorica eleganza, resta il simbolo più emblematico del gusto architettonico fascista.

Giovanni Guerrini, Ernesto Bruno La Padula, Mario Romano, Palazzo della Civiltà Italiana all’E42, 1938-42. Roma.

Nel mito di Roma imperiale

Il mito della “romanità”, così esplicitamente espresso dal Colosseo quadrato, in verità si è sempre mantenuto molto forte nei secoli, soprattutto a partire dal Rinascimento e soprattutto in Italia. Anzi, possiamo affermare che l’eredità di Roma antica è stata un riferimento culturale costante nella storia italiana. Nell’Ottocento, con il Risorgimento, la grandezza del passato romano venne addirittura eletta a fondamentale modello per la costruzione di una nuova identità nazionale unitaria. Certo, fu soprattutto nel XX secolo, e con il fascismo, che il mito di Roma entrò ufficialmente a far parte dell’immaginario collettivo. La politica stessa venne “romanizzata” dal regime, con l’acquisizione di simboli e gesti desunti dal passato, basti pensare ai “fasci littori” (“armi” portate dalle guardie dei magistrati romani) divenuti così comuni nell’estetica fascista, o all’introduzione del saluto e del passo “romani”.

Marcello Piacentini, Monumento alla Vittoria a Bolzano, 1926-28. Si notino le colonne che ripropongono la forma degli antichi fasci littori romani, diventati tipici simboli del Fascismo.

Il regime fascista alimentò un crescente interesse per i resti dei monumenti antichi. Questi furono riportati alla luce, restaurati e liberati dalle costruzioni circostanti: isolati dal contesto, gli antichi edifici furono trasformati nelle preziose reliquie di un glorioso passato, parte della grandiosa scenografia della vita pubblica fascista. Agli architetti si chiese di sottolineare ulteriormente questa continuità fra l’antichità romana e il fascismo, con progetti moderni che sapessero tuttavia far apparire l’Italia contemporanea come l’erede diretta della Roma antica. Ordine e rappresentatività erano gli obiettivi da raggiungere.

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Le piazze metafisiche di De Chirico

Ecco, dunque, che le nuove strade vollero richiamare quelle monumentali del glorioso impero, mentre le nuove piazze, disegnate secondo i canoni di una rigorosa simmetria, echeggiarono, nell’impianto e nel linguaggio architettonico adottati, gli antichi fori. Le forme architettoniche, semplificate e austere, di queste piazze fasciste presentano, non di rado, ricche assonanze con le piazze metafisiche di De Chirico.

Giorgio de Chirico, Mistero e malinconia di una strada, 1914. Olio su tela, 71 x 84,5 cm. New Canaan (Connecticut), Collezione privata.

Via della Conciliazione

Un esempio emblematico degli interventi urbanistici piacentiniani è costituito da Via della Conciliazione, a Roma, aperta fra il 1927 e il 1932. Un intervento sciagurato sul fronte artistico ma perfettamente inquadrabile nella politica architettonica e urbanistica fascista, come anche Via dei Fori imperiali, già Via dell’Impero, tracciata nel 1932 lungo l’area archeologica dei fori.

L’area di Roma oggi attraversata da Via dei Fori imperiali, prima della sua apertura.
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Roma, Via dei Fori imperiali, veduta aerea.
Via dei Fori Imperiali in età fascista durante una parata militare, in una foto LUCE.

Con la scelta di demolire i Borghi vaticani prospicienti la Basilica di San Pietro, operazione necessaria per aprire una strada scenografica quale Via della Conciliazione voleva essere, Piacentini annullò completamente e irreversibilmente l’effetto sorpresa del grande spazio prospettico della piazza berniniana, cui si giungeva da due piccole strade laterali: un effetto che a Bernini era caro, e che contribuiva in modo significativo ad alimentare la meraviglia barocca.

Giovanni Battista Nolli, Pianta di Roma, 1748.
Il quartiere del Borgo a Roma prima della sua demolizione nel 1936.
Marcello Piacentini, Veduta assiale dalla Basilica di San Pietro di Via della Conciliazione a Roma, 1927-32.
Marcello Piacentini, Veduta assiale verso la Basilica di San Pietro di Via della Conciliazione a Roma, 1927-32.

Piazza della Vittoria a Genova e a Brescia

Importanti interventi di carattere urbanistico vennero realizzati, su progetto di Marcello Piacentini, anche a Genova, Brescia, Bologna, Bergamo e Torino.

Piazza della Vittoria a Genova è un esempio emblematico di piazza fascista disegnata in modo da ricordare gli antichi fori romani.

Ricostruzione dell’antico Foro romano di Brescia.

Rettangolare, affiancata da portici con archi e da eleganti palazzi rivestiti di travertino, si presenta come un vero e proprio foro moderno, significativamente nobilitato da un arco di trionfo, dedicato ai caduti della Prima guerra mondiale.

Marcello Piacentini, Piazza della Vittoria, anni Trenta. Genova. Veduta aerea.
Marcello Piacentini, Piazza della Vittoria, anni Trenta. Genova.
Marcello Piacentini, Arturo Dazzi, Giovanni Prini, Arco della Vittoria, 1931. Genova, Piazza della Vittoria.

Piazza della Vittoria a Brescia venne costruita tra il 1927 e il 1932, a seguito della demolizione di una parte del centro storico medievale. Il piano comportò anche un riassestamento della rete viaria urbana, con due arterie perpendicolari destinate a velocizzare il traffico. In tal contesto, Piacentini progettò il primo “grattacielo” d’Italia, nonché uno tra i primissimi d’Europa. Si tratta del Torrione dell’ex INA, Istituto Nazionale Assicurazione. Costruito in cemento armato ma rivestito di mattoni rossi, come i grattacieli di Chicago, sviluppa 13 piani per 57 metri d’altezza.

Marcello Piacentini, Piazza della Vittoria a Brescia, 1927-32.
Marcello Piacentini, Torrione dell’ex INA in Piazza della Vittoria a Brescia, 1927-32.

Il Lungomare il Palazzo della Provincia a Bari

Esempi significativi di urbanistica fascista sono presenti in tutta Italia, dal Nord al Sud. Ad esempio, il Lungomare di Bari, inaugurato nel 1927, e realizzato per raccordare la città con la futura Fiera del Levante, poi costruita nel 1930, è considerato uno degli interventi urbanistici fascisti meglio riusciti. Oggi si estende per oltre 15 chilometri da Ponente a Levante, costeggiando le mura della città vecchia.

Lungomare Nazario Sauro a Bari, 1927.

Il suo fronte fu concepito per conferire un nuovo volto alla città, che, ricordiamolo, era considerata la porta dell’Italia che si apriva sul mare verso i paesi orientali. Con la sua sequenza di edifici sobriamente monumentali, il lungomare barese doveva presentarsi come piena espressione della politica militare ed economica del regime. Grande sostenitore dell’impresa barese fu Araldo Di Crollalanza, Ministro dei Lavori Pubblici del duce e podestà della città di Bari.

Emerge, nel fronte compatto e sostanzialmente uniforme del lungomare, il Palazzo della Provincia, eretto tra il 1932 e il 1935 su progetto dell’architetto Saverio Dioguardi e dell’ingegnere Luigi Baffa, i quali privilegiarono uno stile eclettico e neorinascimentale, dal sapore storicistico e retrò, quindi poco rispondente all’idea di monumentalismo classicistico semplificato propria di Piacentini.

Luigi Baffa, Palazzo della Provincia a Bari, 1932-35.


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