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Piero Manzoni e la sua Merda d’artista
La provocazione più estrema dell’arte del Novecento.
By Giuseppe Nifosì Posted in Il Novecento: gli anni Cinquanta e Sessanta on 3 Dicembre, 2018 0 Comments 11 min read
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Verso la fine degli anni Cinquanta del XX secolo, l’Occidente entrò in una fase storica caratterizzata da sviluppo e crescita economica. L’industria produceva a pieno regime; le famiglie acquistavano; le case si riempivano di oggetti, le dispense di cibi in scatola. Le mamme alleviavano le fatiche domestiche con lavatrici e aspirapolveri; i papà guidavano con orgoglio le proprie utilitarie; i figli bevevano bevande analcoliche nelle bottigliette. Questo importante cambiamento non lasciò indifferenti alcuni artisti che iniziarono a inserire nelle loro opere oggetti d’uso quotidiano. Rifacendosi all’esempio dei dadaisti e di Marcel Duchamp in particolare, essi fecero ampio uso della tecnica dell’assemblage, ossia dell’impiego di materiali di recupero di vario genere. Fu così che negli Stati Uniti nacque una nuova corrente artistica, non a caso denominata New Dada (Neodadaismo in italiano). Negli anni Sessanta, il New Dada trovò proseliti anche in Europa, soprattutto in Francia, dove nacque, proprio nel 1960, un importante movimento neodadaista chiamato Nouveau Réalisme (‘Nuovo Realismo’). I nouveaux réalistes francesi, come i loro colleghi americani, vollero recuperare totalmente la realtà nella sua autonomia espressiva più ampia, soprattutto utilizzando materiali che caratterizzavano la moderna età tecnologica: oggetti prodotti in serie (nuovi oppure usati), rottami di ferro, tubi compressi, poster lacerati. Il loro punto di riferimento fu ovviamente il Dadaismo, giacché anche in questo caso l’oggetto comune fu considerato una potenziale opera d’arte.

Manzoni e gli Achromes

Tra i neodadaisti europei, si distinse l’italiano Piero Manzoni (1933-1963). Discendente del grande letterato italiano dell’Ottocento, Manzoni fu uno degli artisti più interessanti del panorama internazionale degli anni Cinquanta e dei primi anni Sessanta. Responsabile con Castellani della rivista «Azimuth», esordì con una serie di opere bianche, gli Achromes, prodotti da Piero Manzoni fra il 1957 e il 1963. Sono chiamati in questo modo perché tutti bianchi, quindi “prive di colore”. Alcuni Achromes sono costituiti da tele raggrinzite e immerse nel gesso o nel caolino liquido (una creta molto fine usata per la porcellana) e poi lasciate asciugare. Le grinze e i rigonfiamenti, che vengono solidificati dal caolino, possono essere orizzontali o verticali. Gli Achromes, dunque, non sono classificabili né come pittura né come scultura e non rappresentano nulla se non sé stessi.

Piero Manzoni, Achrome, 1958-59. 55 x 45 cm. Milano, Fondazione Manzoni.

«Gli Achromes di Manzoni» ha scritto il critico d’arte Achille Bonito Oliva, «sono superfici prevalentemente bianche formate con diversi materiali che organizzano una porzione di spazio rinviante soltanto a se stesso. Una concezione metonimica presiede l’opera di Manzoni, sostituendo la visione metaforica, che è alla base dell’arte degli anni Cinquanta: la materia ed il taglio erano pur sempre metafore delle forze originarie della natura e tracce dello spazio reale. Gli Achromes sono soltanto ciò che si vede, una fenomenologia particolare dello spazio, ridotto ad evento visivo e concreto. Il quadro è il portato di un procedimento in cui tutti gli elementi sono sotto il controllo emotivo dell’artista che ormai tende a dare all’opera una sua identità separata ed autonoma».

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Nature morte contemporanee?

Per la realizzazione di alcuni esemplari, Manzoni fece uso di altre materie (cotone, fibra di vetro, carta, polistirolo) e addirittura di cibo, come uova e pane, sempre e rigorosamente immersi nel caolino e dunque trasfigurati. È indubbio, infatti, che l’assenza totale di colore li sottraeva alla narrazione e quindi alla realtà. Il pane immerso nel gesso è trasformato. Non si può più mangiare: è vero e, allo stesso tempo, è finto. La “bella pittura” è sempre stata considerata tale perché riusciva a creare immagini finte di cui si può dire “sembra vero!”. L’arte di Manzoni gioca a ribaltare questo punto di vista: l’arte può rendere falso ciò che invece è reale. In entrambi i casi è una finzione. C’è un altro aspetto nella provocazione di Manzoni: la pittura rappresenta oggetti; lui usa gli oggetti per fare pittura, inserendoli in una cornice come se fossero quadri. Sottrae gli oggetti comuni o il cibo alla banalità del reale trasferendoli magicamente nella sfera dell’arte. Di più: è il quadro in sé che si riduce a essere oggetto.

Piero Manzoni, Achrome, 1962. 16 panini, caolino, 31 x 31 cm. Milano, Fondazione Piero Manzoni.

Qualcuno potrebbe definire opere come queste “nature morte” contemporanee. Ciò è vero solo in parte. È, infatti, del tutto differente lo scopo di questi artisti contemporanei da quello dei pittori del XVII e XVIII secolo. Quelli celebravano attraverso la pittura la bellezza del reale elevando a poesia l’immagine quotidiana di una tavola imbandita o di un cibo semplice eppure essenziale come, appunto, il pane. Per Manzoni, invece, la creazione si fonda unicamente su un progetto mentale e l’opera, sia pure ispirata al reale o costruita con oggetti reali, diventa una realtà a sé.

Lo ha detto chiaramente lo stesso Manzoni: «Alludere, esprimere, rappresentare, sono oggi problemi inesistenti […], sia che si tratti di rappresentazione di un oggetto, di un fatto, di un’idea, di un fenomeno dinamico o no: un quadro vale solo in quanto è, essere totale; non bisogna dir nulla: essere soltanto». «L’artista – conclude Bonito Oliva – non può più confondere arte e vita, risolvere le antinomie della storia mediante l’arte, può soltanto operare un approfondimento e un salto in avanti nella ricerca artistica. Alla realtà parziale del quotidiano Manzoni risponde con la totalità relativa dell’opera».

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Pieter Claesz, Natura morta con aringa e pane, 1636. Olio su tela, 49 × 36 cm. Rotterdam, Museo Boijmans Van Beuningen.
Gli oggetti di Manzoni

Manzoni fu un grande amico dei nouveaux réalistes francesi e in effetti tutta la sua ricerca fu assai prossima a quella del Nouveau Réalisme: tuttavia, egli non volle mai aderire ufficialmente al movimento. La sua breve carriera artistica (bruscamente interrotta da una morte prematura) si svolse nella continua sperimentazione e nell’esercizio della dissacrazione ironica e beffarda; i suoi “corpi d’aria” o “fiati d’artista” del 1959 (semplici palloncini gonfiati dall’artista), le sue “uova sode” firmate con l’impronta digitale del 1960 (e che il pubblico avrebbe potuto mangiare, a dimostrazione che l’arte può davvero essere consumata), la sua “linea senza fine” del 1960, e soprattutto la sua celeberrima “merda d’artista” hanno rivelato, sotto l’aspetto provocatorio, una precisa volontà di rinnovamento dell’arte, che grazie a lui prese clamorosamente in giro sé stessa ma nel contempo tornò a prendersi profondamente sul serio.

Piero Manzoni, Fiato d’artista, 1959. Palloncino gonfiato dall’autore (oggi ormai sgonfio), corda, sigilli in lacca e base di legno, 35 x 180 x 185 mm. Londra, Tate Collection.
Piero Manzoni, Uovo con impronta n. 14, 1960. Uovo, inchiostro, legno. Vacciago d’Ameno (Novara), Fondazione Calderara.

Era infatti dai tempi di Duchamp che non si mettevano in pratica trovate così scanzonate e insieme così intellettualmente rilevanti. Manzoni tornava a dire che il gesto dell’artista può essere polemico, aggressivo o ironico ma dietro quel gesto c’è sempre un’idea ed è l’idea che qualifica ogni atto artistico, a prescindere dal singolo risultato estetico. Così, persino le Opere d’arte viventi, modelle nude “firmate” da Manzoni nel 1961, costituivano, almeno durante l’esecuzione della firma, una vera opera d’arte.

Piero Manzoni, Opere d’arte viventi, 1961. Performance.

Tutto il lavoro di Manzoni puntò ad esaltare la nuova identità di artista che il Novecento aveva definitivamente sdoganato. È chiaro che bollire uova, gonfiare palloncini, firmare donne nude, inscatolare il prodotto della propria digestione, non sono gesti particolarmente difficili da compiere, ma qualunque gesto cambia di valore a seconda di chi lo fa. Il gesto dell’artista è carico di responsabilità intellettuali e culturali che non appartengono alle nostre azioni quotidiane.

La Merda d’artista

L’operazione artistica per la quale Manzoni è passato alla storia è certamente la Merda d’artista. Si tratta della produzione di una serie di opere realizzate nel maggio del 1961 e presentate al pubblico il 12 agosto (alla collettiva “In villeggiatura da Pescetto”, nell’omonima galleria di Albissola, in Liguria), in una delle sue operazioni più spiazzanti. Egli infatti presentò al pubblico 90 scatolette per conserve alimentari del diametro di 6 cm, in ognuna delle quali asserì di aver conservato 30 grammi delle proprie feci. Non ne è prevista l’apertura, per cui dobbiamo fidarci della parola di Manzoni.

Piero Manzoni, Merda d’artista, 1961. Scatole in metallo numerate, con etichette firmate e datate. Milano, Museo del Novecento.

Le scatolette, del tipo impiegato per la conservazione e la vendita della carne in scatola, sigillate e munite di etichetta, sono numerate e firmate («Produced by Piero Manzoni») come fossero stampe d’autore e riportano, in italiano, inglese, francese e tedesco, la scritta: «Merda d’artista. Contenuto netto gr 30. Conservata al naturale. Prodotta e inscatolata nel maggio 1961». La critica reagì in modo feroce alla provocazione dell’artista. Manzoni venne definito un “caccautore”; il celebre giornalista e scrittore Dino Buzzati (1906-1972) scrisse che le «intenzioni ironiche o rivoluzionarie non bastano a riscattare la volgarità e il cattivo gusto di stampo goliardico».

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Piero Manzoni, una delle sue scatolette di Merda d’artista, 1961.
Il significato di Merda d’artista

Di tutte le opere d’arte del Novecento, questa è stata senz’altro la più irriverente e scandalosa. Laddove lo scandalo non consisteva nel dipingere o scolpire una donna nuda in una posa oscena ma nel presentare come arte degli escrementi. Chi, pensando a un’opera d’arte, si aspettava di vedere un quadro, sia pure imbrattato, o una scultura, sia pure scomposta, reputò le scatolette piene di feci di Manzoni come una clamorosa presa in giro. In effetti, Merda d’artista non è tanto un’opera, nel senso tradizionale del termine, quanto un’operazione artistica. È infatti difficile classificarla. Definirla scultura, ad esempio, apparirebbe tanto ridicolo quanto inutile. Merda d’artista si pone fuori da ogni possibile schema.

Manzoni non era un pazzo né tanto meno uno sciocco; al contrario egli fu, nella sua smaccata volontà di provocazione, assolutamente geniale. Con la sua Merda d’artista volle sostenere che essere artisti vuol dire trasformare in arte tutta la propria vita, escrementi compresi, ma soprattutto, acutamente, egli denunciò il perverso meccanismo di un’arte divenuta mercato di firme prestigiose (un tema, a dire il vero, ancora attualissimo). E se la firma qualifica l’opera, attestandone l’originalità e garantendole un valore, allora ecco che qualunque oggetto firmato, anche una scatoletta di escrementi, poteva diventare un capolavoro.

Nel caso specifico di Merda d’artista, Manzoni aveva richiesto con sfacciata irriverenza che il prezzo di ciascuna scatoletta corrispondesse a quello di 30 grammi d’oro (come a dire che i suoi escrementi valevano tanto oro quanto pesavano). L’artista, come il mitico Re Mida, trasformava in oro tutto quello che toccava o, in questo caso, produceva.

Per ironia della sorte, la storia gli ha dato ragione: a Milano, nel 2007, nelle sale della casa d’aste Sotheby’s, un collezionista privato europeo si è aggiudicato una scatoletta (la n. 18, per l’esattezza) per 124 mila euro e più di recente, nel 2016, sempre a Milano, presso la casa d’aste Il Ponte, la n.69 è stata battuta per 275 mila euro! Un grammo di merda, sia pure di artista, valutato quasi 10 mila euro. Altro che oro. Questo, probabilmente, Manzoni non lo aveva nemmeno immaginato.

Piero Manzoni fotografato, irriverentemente, in bagno con la sua Merda d’artista, nel 1961.


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