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Era il 1500 quando un giovane Michelangelo Buonarroti (1475-1564), appena venticinquenne, divenne all’improvviso famosissimo. Fu in quell’anno, infatti, che il ragazzo, tanto talentuoso quanto ambizioso, ebbe l’occasione per realizzare un indiscutibile capolavoro, forse il più alto della sua carriera, certamente uno dei più conosciuti: la Pietà, nota come Pietà di San Pietro o Pietà Vaticana. Per tutti, “la Pietà di Michelangelo”, a ignorare le altre scolpite dall’artista, giacché questa è, per eccellenza e per tutti, la “sua” Pietà, questa rappresenta, per eccellenza e per tutti, “Michelangelo”.
La scultura, realizzata in bianchissimo marmo di Carrara, gli era stata commissionata due anni prima dal cardinale Jean Bilhères de Lagraulas, ambasciatore del re di Francia presso papa Alessandro VI.
L’iconografia della Pietà, con la Madonna che pare cullare il figlio morto, non era nuova, perché risaliva all’età gotica. Michelangelo, tuttavia, immaginò questo soggetto, tipicamente tedesco, con una inedita perfezione di stampo greco e creò un’immagine di potente ispirazione classicistica. L’opera mostra una bella e giovanissima Vergine, seduta su una roccia (che allude al Calvario) mentre tiene sulle ginocchia il corpo senza vita di Gesù: un corpo perfettamente proporzionato, incorrotto, appena segnato dalle piaghe del supplizio.
È bello, questo Cristo. Di una bellezza delicata, efebica, i tratti gentili che inteneriscono. Il volto quasi glabro è appena oscurato da un accenno di barba. La bocca piccola, appena dischiusa, sembra trattenere ancora le parole di perdono concesse ai suoi carnefici prima di spirare.
Il braccio destro di Gesù è abbandonato verso il basso, privo di vita. Eppure, una trama di vene turgide, apparentemente pulsanti, suggerisce una inaspettata vitalità e prefigura la futura resurrezione. Il foro del chiodo, così discreto e quasi insignificante, poco intende raccontare dell’inaudita violenza subita.
Maria indossa una veste ampia che ricade in un magnifico panneggio, dalle pieghe pesanti, profonde, gorgoglianti; al vestito della Vergine si sovrappone il sudario, destinato ad avvolgere il corpo di Cristo prima della sepoltura, che la Madre interpone tra la sua mano e il busto del figlio, quasi per evitare un contatto fisico contaminante con quel santissimo corpo, divenuto Eucaristia.
Il gesto pacato e discreto della mano sinistra di Maria serve a richiamare l’attenzione del fedele sulla tragedia della crocifissione, che pure ella stessa sembra aver accettato con dolente rassegnazione. E, nel contempo, con questo gesto, Maria sembra quasi offrire ai fedeli il corpo di Cristo, simbolo del sacrificio compiuto. Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo.
La Madonna appare più giovane del figlio. Michelangelo, che aveva studiato con passione la Divina Commedia di Dante Alighieri, pare quasi richiamare la celebre invocazione alla Vergine pronunciata da san Bernardo nel XXXIII canto del Paradiso: «Vergine Madre, Figlia del tuo Figlio». Una madre che, quindi, è prima di tutto figlia.
La scultura non vuole insomma evocare il legame familiare quanto piuttosto incarnare il mistero divino, per il quale Maria è madre pur essendo vergine, e Gesù (uomo e Dio) è figlio e padre allo stesso tempo e dunque la madre è figlia di suo figlio. Scegliendo di rappresentare Maria e Gesù come coetanei, Michelangelo sottrae mirabilmente l’evento di quel miracoloso concepimento alle leggi del mondo e della natura, confermandone la sacralità.
Con la sua assoluta assenza di moto e di sforzo apparente, il gruppo non rimanda alla rappresentazione di un fatto ma diventa l’immagine di un concetto; aspira a una perfetta fusione fra bellezza formale e verità teologica.
È dunque un’opera coltissima, la Pietà Vaticana, tutt’altro che facile da comprendere in profondità, tutt’altro che popolare, in teoria; eppure, essa riesce a incantare tutti, e da secoli oramai: dotti e ignoranti, fedeli e miscredenti. Ciò accade per la sua incomparabile bellezza, che è universale, interculturale, interclassista. La bellezza è di tutti, è per tutti, è un collante dell’umanità. E aveva ragione Vasari a scrivere, nel Cinquecento: «certo è un miracolo che un sasso da principio senza forma nessuna, si sia mai ridotto a quella perfezione che la natura a fatica suol formare nella carne». Un miracolo che pochi artisti possono compiere. Ma, d’altro canto, Michelangelo non è stato da sempre definito “divino”?
*Aurelio Amendola è un fotografo italiano contemporaneo, divenuto famoso per le sue fotografie delle sculture del Rinascimento. Nei suoi scatti, egli ama presentare i grandi capolavori secondo un’ottica molto personale, indagandoli per scorci, svelandone i particolari e giocando con suggestivi effetti luminosi. Nel 2014, in occasione del 450 ° della morte di Michelangelo, ha esposto 23 gigantografie dei capolavori michelangioleschi nelle Cappelle Medicee, a Firenze.
Questo capolavoro di Michelangelo è stupendo.
Sono pienamente d’accordo con lei.
Sulla terra ogni tanto compaiono uomini che lasciano intravedere l’immensità e ci fanno apprendere la consapevolezza di quale potenza abbiamo.
Certo, se Michelangelo avesse dovuto fare il soldato non avrebbe potuto aprire quello spiraglio; chi sa quanti Michelangelo ha perso l’umanità.
Commentare un’opera di tale portata, fidando nella mia insufficienza… ma che posso dire?
Conosco la Pietà da sempre (son vecchio) ed ogni volta, a fronte di Essa, dimentico il respiro, la stanchezza, il corpo.
La mente, ben che limitata, spazia in riflessioni sempre nuove e profonde. Il silente ammirarla m’incute la consapevolezza di esistere… E dir che tale portento uscì dalle mani d’un appena ventiquattrenne!
Michelangelo: vi sono nomi che pronunciandoli tirano seco il senso dell’Eternità.
Una perfezione che sfiora il divino, di una bellezza commovente!
Straordinaria e profonda la narrazione di una delle opere più raccontate di sempre, bellissime anche le foto scelte
Grazie mille per l’apprezzamento!
commentare l’opera è superfluo, il servizio fotografico è òttimo complimenti.antongio
Grazie mille!
Fotografie stupende che esaltano la bellezza delle opere indagate.
Stupiscono sempre queste opere di ventenni (viene in mente ‘Apollo e Dafne’) così profonde, di qualità eccelsa, a volte insuperate dagli stessi artisti. Al loro tempo dovevano essere già uomini maturi e indipendenti, un’età mentale diversa da quella del nostro secolo? O che sia stato lo sforzo immane di questi ragazzi che dovevano apparire bravi? O che la giovinezza sia comunque, in ogni tempo, un momento particolarmente fecondo custode di sapienza propria che ha bisogno solo di essere armata e di esprimersi?!
questo gruppo scultoreo lascia all’osservatore un senso di quiete come ad indicare la pace della fede………………