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Pompei ed Ercolano
Due città romane sepolte dalla lava.
Autore: Giuseppe Nifosì Pubblicato in Le civiltà etrusca e romana – Data: Agosto 17, 2020 2 commenti 8 minuti
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Pompei ed Ercolano sono tra le più celebri città del mondo romano assieme, ovviamente, a Roma, capitale dell’impero. Eppure erano due cittadine di medie dimensioni, poste sul Golfo di Napoli, luogo di villeggiatura per i senatori e i più ricchi abitanti di Roma dell’epoca. Certamente sarebbero state col tempo dimenticate, come tantissime altre, se una tragedia non le avesse rese eterne: il 24 agosto del 79 d.C., il Vesuvio eruttò, coprendole di lava e ceneri. Quasi tutti gli abitanti morirono. Ma proprio a seguito di questo cataclisma noi oggi possiamo, come per magia, ripercorrere le strade, entrare nelle case, passeggiare per i portici di due antiche città che, sospese nel tempo come a seguito del maleficio di una fiaba, sono oggi tra i più preziosi e visitati gioielli archeologici del mondo.

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Pompei, veduta aerea.

Pompei

Pompei era stata fondata intorno alla metà del VII secolo a.C. ma il momento del suo massimo splendore risale al II secolo a.C. Come testimonia la lussuosità di molte sue abitazioni, Pompei era una città molto ricca: alcune sue residenze, come per esempio la Casa del Fauno (che occupa quasi 3000 m²), rivaleggiavano in ampiezza con le più famose regge ellenistiche. Nel 79 d.C., il Vesuvio seppellì la città in pochissimo tempo, sotto uno strato di cenere e lapilli alto 10 m. Pompei scomparve letteralmente alla vista e fu riscoperta solo molti secoli dopo.

Pompei, veduta aerea.

Ercolano

Insieme a Pompei, anche la vicina Ercolano fu investita dalla colata eruttiva del Vesuvio. A differenza di Pompei, però, Ercolano non scomparve del tutto e una nuova città fu costruita sopra l’area che ospitava quella antica. Questo ha reso molto più difficile lo scavo archeologico, ancora in corso, che ha potuto portare alla luce solo una parte della città (quella più vicina al mare), lasciando ancora sepolti moltissimi edifici. Ritenute testimonianze uniche e straordinarie della vita quotidiana romana, Pompei ed Ercolano, con l’area archeologia di Oplontis (Torre Annunziata), sono state riconosciute dall’Unesco patrimonio dell’umanità nel 1997.

Ercolano, veduta aerea.

L’eruzione

In quel drammatico pomeriggio del 24 agosto del 79, dopo una violenta oscillazione del suolo, dalla cima del Vesuvio si innalzò una fitta colonna composta da anidride carbonica, zolfo, ceneri, lava e detriti, che una preziosa testimonianza dell’epoca ricorda a forma di pino. Plinio il Giovane, appartenente a una ricca famiglia senatoria di Roma, si trovava in quel momento a Miseno, assieme allo zio, Plinio il Vecchio, il quale morì nell’eroico tentativo di portare soccorso agli abitanti in fuga. È proprio grazie alle lettere di Plinio il Giovane che possiamo ricostruire e, idealmente, rivivere quei drammatici momenti.

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Il materiale eruttivo, spinto prima in alto, oltre la bocca del vulcano, ricadde verso terra, spinto dal vento proprio verso Ercolano e Pompei. Secondo la ricostruzione degli studiosi, a Ercolano una nube tossica precedette le ceneri vulcaniche, e gli abitanti morirono per soffocamento, prima che la città venisse sepolta. A Pompei, invece, arrivò una nube di ceneri incandescenti che uccise i pompeiani in fuga con la sua altissima temperatura.

Eruzione del Vesuvio nel 1944.

Gli scavi

Pompei venne ricoperta casualmente nel 1599, dall’architetto Domenico Fontana che ne trovò alcuni resti mentre stava seguendo i lavori di un canale. Tuttavia, Fontana non intuì l’importanza di quella scoperta. Nel 1709, venne scoperta Ercolano, in modo del tutto casuale. Durante lo scavo di un pozzo vennero ritrovati marmi e statue che ornavano la scena dell’antico teatro. Nel 1738, Carlo III di Borbone dette ordine di iniziare una campagna di scavo, affidandone la direzione a Rocco Gioacchino de Alcubierre, un ingegnere militare spagnolo. Nel 1748 venne ricoperta anche Pompei, dagli stessi esploratori, guidati da Alcubierre, che ricercavano antichi manufatti per il re di Napoli. In realtà, i primi scavi delle due città furono esclusivamente finalizzati a saccheggiare l’area per estrarre opere d’arte. Solo dal 1800, gli archeologi procedettero in maniera più scientifica, allo scopo di riportare le due città alla luce senza danneggiarle.

Una strada di Pompei, con gli attraversamenti pedonali.

Le domus

Pompei, la cui pianta è stata ricostruita quasi integralmente, aveva l’aspetto di una tipica città imperiale, con un tracciato di strade ortogonale generato dai due assi principali, il cardo e il decumano. Lo schema a scacchiera delle strade generava degli isolati quadrati o rettangolari. Lo straordinario numero di edifici riportati alla luce ha permesso di analizzare tutte le tipologie abitative, produttive, commerciali e monumentali di un’antica città romana.

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Le tipiche case dei ricchi pompeiani, dette domus, apparivano, al loro interno, molto diverse dalle nostre. I mobili, per esempio, erano pochissimi: letti, tavolini, sedie e sgabelli, casse e cassoni per riporre gli indumenti, candelabri per lucerne; rari gli armadi, simili a quelli moderni, con due ante e alcune mensole all’interno. I nostri appartamenti, agli occhi degli antichi romani, sembrerebbero dei magazzini.

Pompei, Casa degli amanti.
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Pompei, Peristilio della casa dei Vettii.

I ricchi proprietari delle domus affidavano ai vivaci mosaici pavimentali e ai sontuosi rivestimenti delle pareti (marmi o affreschi) un ruolo prioritario nella decorazione della casa, che appariva vistosamente policroma. Le domus pompeiane ci hanno lasciato straordinarie testimonianze di decorazioni pittoriche. Tra queste, ricordiamo la cosiddetta Casa del Bracciale d’Oro, scoperta alla fine degli anni Settanta nei pressi del golfo, e così chiamata perché al suo interno si trovava ancora il corpo di una donna con al polso un grosso bracciale d’oro. Uno degli ambienti, una sorta di studiolo del proprietario, presenta deliziosi dipinti che rappresentano un giardino popolato da piccoli animali.

Affreschi del triclinio della Casa dei Vettii a Pompei.

Affresco della Casa del Bracciale d’Oro, Pompei.

Le insulae

Gli scavi di Ercolano e Pompei hanno riportato alla luce non solo splendide domus ma anche più comuni ìnsulae, abitazioni popolari che corrispondono ai nostri moderni condomini. Tra queste, una delle più celebri è la cosiddetta Casa a Graticcio di Ercolano, assai interessante per la sua particolare tecnica costruttiva, molto economica, detta appunto opus craticium. Le pareti, al piano inferiore come a quello superiore, sono infatti realizzate con pilastri di mattoni e intelaiature di legno riempite con materiale di scarto. La disposizione degli ambienti (dove sono stati ritrovati i pochi mobili e tutte le suppellettili ancora al loro posto) lascia intuire che in questo edificio coabitavano più famiglie. La facciata della casa presenta un piccolo portico, sostenuto da colonne in mattoni (ricostruite) e sovrastato da un loggiato con una caratteristica balaustra a grata.

Ercolano, Casa a Graticcio.

I termopoli

A Ercolano, come a Pompei e in quasi tutti i centri romani, si trovavano particolari locali chiamati termopoli, che potrebbero definirsi i bar dell’antichità. Ci si fermava ai termopoli per mangiare un boccone e bere un bicchiere di vino. Questi locali avevano sempre un bancone affacciato sulla strada. Alcune cavità circolari ospitavano i contenitori di terracotta con le diverse qualità di vino (si poteva scegliere tra quelli pregiati e quelli a buon prezzo), raccolto con un mestolo e servito in bicchieri di vetro o coppe di ceramica. D’inverno, il vino era offerto anche caldo. Alcuni di questi termopoli presentavano dei tavoli all’interno, dove gli avventori potevano pranzare o fermarsi per due chiacchiere o una giocata a dadi. Una camera al piano di sopra era spesso destinata a distrazioni extra, offerte dai proprietari più spregiudicati che non a caso selezionavano cameriere-schiave molto avvenenti.

Pompei, Termopolio di Placidus.

I calchi degli abitanti

Durante la fase finale dell’eruzione del Vesuvio, una pioggia di cenere penetrò ovunque, per poi solidificarsi. I corpi delle vittime, decomponendosi, hanno lasciato una cavità all’interno della massa compatta di materia vulcanica. Versando del gesso liquido all’interno di questo vuoto è stato possibile ricavare dei calchi, ossia un’impronta tridimensionale delle persone che morirono durante la tragedia, con risultati straordinari. L’invenzione del metodo si deve all’archeologo ottocentesco Giuseppe Fiorelli, direttore degli Scavi di Pompei dal 1860 al 1875.

Calchi degli abitanti di Pompei.
Calco di un abitante di Pompei.


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