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Prostitute e “allegre donnine” nella pittura dell’Ottocento
La chiamavano Bocca di Rosa.
By Giuseppe Nifosì Posted in Arte, letteratura, canzone on Gennaio 16, 2019 0 Comments 11 min read
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A Genova c’è una strada, nel quartiere di Prè, che incrocia i caruggi del centro storico e che un tempo ospitava alcune rinomate case chiuse. Si chiama Via del Campo ed è diventata famosa grazie a una canzone del grande cantautore genovese Fabrizio De André (1940-1999), che ha raccontato nei suoi testi le storie degli ultimi, degli emarginati, dei diseredati. La canzone Via del Campo, musicata da Enzo Jannacci, uscì come singolo (45 giri) nel 1967, abbinata al brano (lato B) Bocca di Rosa, che sarebbe divenuto ancor più celebre. Se la popolarissima figura femminile di Bocca di Rosa, descritta da De André, rimanda, propriamente, a quella della “donna di facili costumi”, della “donnina allegra”, come si diceva un tempo, che non fa l’amore per noia o per professione ma solo per passione, il testo di Via del Campo affronta in modo specifico il tema della prostituzione e, come in tutte le canzoni di De André, presenta immagini di straordinaria efficacia comunicativa, tratteggiando, con poche parole, situazioni e personaggi memorabili (la graziosa che vende a tutti “la stessa rosa”, la bambina, l’illuso che si innamora della puttana e quello che nel casino trova il Paradiso). Non a caso, De André è considerato, unanimemente, più che un cantautore: ossia, un artista di altissimo livello.

Questi argomenti, d’altro canto, vennero ampiamente indagati anche dai pittori di molte epoche storiche, soprattutto quelli ottocenteschi che, incoraggiati dal dilagante successo del Realismo in arte e in letteratura, guardarono con occhi particolarmente indulgenti, e non giudicanti, a queste donne costrette a vivere ai margini della società.

Genova, Via del Campo.
La graziosa

Via del Campo c’è una graziosa

gli occhi grandi color di foglia

tutta notte sta sulla soglia

vende a tutti la stessa rosa.

Edgar Degas, L’assenzio, 1876. Olio su tela, 92 x 68 cm. Parigi, Musée d’Orsay.

La diretta e penetrante osservazione del mondo fu sempre un cardine nella pittura del maestro impressionista Edgar Degas (1834-1917), che amò dipingere i caffè più popolari di Parigi, frequentati abitualmente da operai, prostitute, artisti e scrittori bohémien. L’assenzio, del 1876, uno dei suoi grandi capolavori, affronta due importanti temi sociali: quello della prostituzione e quello dell’alcolismo da assenzio, un superalcolico a buon mercato fortemente tossico, vero flagello della società ottocentesca.

Un’esile prostituta e un corpulento e volgare bohémien sono seduti una accanto all’altro ma chiusi nel loro isolamento silenzioso. In particolare, la ragazza, stordita dall’alcol e con lo sguardo perso nel vuoto, colpisce per i lineamenti disfatti e il pallore malsano del viso, che un tempo doveva essere grazioso e minuto. Certi particolari del suo abbigliamento appaiono tristemente grotteschi: ad esempio, il falso lusso dei fiocchi bianchi sulle scarpe, del volantino di tessuto increspato sul corsetto, del cappellino inclinato sul capo. «È una umanità smunta e sprecata, ferma nel tempo vuoto dello spazio stagnante: fredda come il marmo dei tavolini mal lavati, logora e stinta come il velluto dei divani, torbida come gli specchi offuscati» (G.C. Argan).

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Il senso dell’immagine di Degas ricorda quello dei grandi fotografi. Il taglio fotografico della scena è infatti volutamente ricercato dall’artista che intendeva presentare questo soggetto come una tranche de vie, un pezzo di “vita vissuta” colto come d’improvviso. In primo piano, il pittore lascia il vuoto; sposta i personaggi sul fondo e verso destra e gioca la composizione sulle linee oblique, disegnate dai tavoli, dal bordo dello specchio, dai giornali e dalla sua stessa firma. Alcune parti sono tagliate e restano parzialmente fuori dall’inquadratura, come per esempio la pipa e la mano sinistra del personaggio maschile.

La bambina

Via del Campo c’è una bambina

con le labbra color rugiada

gli occhi grigi come la strada

nascon fiori dove cammina.

Angelo Morbelli, Venduta, 1897. Olio su tela, 67 x 107 cm. Collezione privata.

Anche il pittore divisionista italiano Angelo Morbelli (1854-1919) si orientò verso una pittura di stampo realista, interessandosi a soggetti che nascevano dall’osservazione diretta del vero e privilegiando temi contadini e popolari. Uomo dal temperamento malinconico e pessimista, Morbelli volle dar voce a un’umanità impotente e sofferente; in particolare, amò dipingere il dolore dei vecchi abbandonati e dei ragazzi sfruttati. Egli affrontò con coraggio e spiccatissima sensibilità anche il tema della prostituzione minorile. Venduta, dipinta in una prima versione nel 1887 e successivamente riproposta nel 1897, mostra una ragazzina sdraiata su un letto, con lo sguardo assente, apparentemente malata. Il titolo, invece, chiarisce che si tratta di una bambina prematuramente avviata sulla strada della prostituzione, violata nel corpo e nell’anima, privata dell’infanzia e anche della speranza.

La puttana

Via del Campo c’è una puttana

gli occhi grandi color di foglia

se di amarla ti vien la voglia

basta prenderla per la mano.

Édouard Manet, Olympia, 1863. Olio su tela, 1,3 x 1,9 m. Parigi, Musée d’Orsay.

Uno dei quadri più scandalosi del XIX fu dipinto da Édouard Manet (1832-1883), considerato “il padre dell’Impressionismo”, che nel 1865 presentò al Salon di Parigi l’opera Olympia. I giudici tentarono di nascondere il più possibile questa tela, nella speranza di soffocare le prevedibili polemiche, e la appesero in un angolo della sala, bene in alto e lontano alla vista. Fu tutto inutile. Pubblico, critici e giornalisti furono attratti dallo scandaloso dipinto e seppellirono di critiche tanto l’opera quanto il suo autore.

Olympia presenta una donna completamente nuda, sdraiata sopra il suo letto disfatto. Ornata solo da un bracciale d’oro e da un sottile collarino di velluto con una perla a goccia, e con una ciabattina ciondolante sul piede sinistro, la donna guarda direttamente verso l’osservatore con espressione sfacciata. La sua mano sinistra è posata sul pube, in un gesto di apparente pudore ma in verità piuttosto sfrontato. Il pubblico capì subito che si trattava di una prostituta, ritratta con l’atteggiamento impudente e confidenziale di chi riceve un cliente abituale. L’interpretazione era legittima. L’aspetto e la posa della donna rimandavano a foto di nudi pornografici che nella Parigi dell’epoca avevano un enorme mercato (ovviamente clandestino). Sullo sfondo, una domestica di colore si avvicina per consegnarle un bouquet di fiori. Anche la figura della “serva negra” rimandava al tema della prostituzione: le prostitute, infatti, non avevano domestiche bianche, la quali si rifiutavano di lavorare per donne così poco raccomandabili. Ai piedi del letto, un gatto nero, tradizionale simbolo di lussuria e tradimento, si spaventa per l’ingresso del cliente che la donna sta guardando e scatta sulle zampe rizzando il pelo. Per coloro che non avessero ancora capito, veniva in aiuto il titolo (decisamente audace) scelto da Manet: Olympia era infatti un nome diffuso tra le prostitute d’alto bordo. Il quadro, insomma, era una deliberata provocazione.

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Il Paradiso

e ti sembra di andar lontano

lei ti guarda con un sorriso

non credevi che il paradiso

fosse solo lì al primo piano.

Telemaco Signorini, La toeletta del mattino, 1898. Olio su tela, 1,2 x 1,75 m. Milano, Collezione privata.

Anche l’italiano Telemaco Signorini (1835-1901), colto e intelligente esponente del gruppo dei macchiaioli, affrontò il tema della prostituzione nell’opera La toeletta del mattino, del 1898, un quadro che mostra chiaramente l’influsso della pittura impressionista. La tela rappresenta il momento del risveglio in un bordello fiorentino; una donna con le braccia nude al centro della scena si pettina davanti ad uno specchio, sotto lo sguardo incuriosito di una coppia che la osserva o che più probabilmente la sta ascoltando. Il gesto delle braccia sollevate a raccogliere i capelli in una crocchia è di una naturalezza magistrale. In primo piano, un’altra donna con le spalle scoperte è seduta su un divanetto tappezzato di rosso, e sembra intenta ad osservare qualcosa per terra; intravediamo un’altra figura accanto a lei. Il pavimento a mattonelle conduce il nostro sguardo sul fondo della stanza, verso un altro gruppo di donne; appena oltre la prostituta alla toeletta un caldo e suggestivo squarcio di sole, che proviene da una finestra, disegna per terra un rettangolo di luce.

Henri de Toulouse-Lautrec, Al salon di rue des Moulins, 1894. Pastello su carta. Albi, Musée Toulouse-Lautrec.

Il pittore francese Henri de Toulouse-Lautrec (1864-1901) fu addirittura definito “il pittore delle prostitute”. Lautrec, pur appartenendo a una famiglia nobile di antiche origini, scelse di fare il pittore. Fu così che, nel 1884, egli si trasferì nel quartiere parigino di Montmartre, fonte inesauribile di ispirazione per molti artisti del suo tempo, diventando un tipico bohémien, assiduo frequentatore degli ambienti più equivoci della Belle Époque parigina: teatri, circhi, cabaret, caffè-concerto, bordelli, diventando così l’interprete più diretto e fedele della vita mondana del tempo, che illustrò senza falsi moralismi, senza compiacimenti volgari, certamente mai in maniera scabrosa. Lautrec soggiornò per lunghi periodi in un bordello, la Casa di rue des Moulins, partecipando alla vita quotidiana delle ragazze che vi lavoravano. Così, rappresentò le prostitute mentre aspettavano stanche e annoiate che arrivasse un cliente oppure intente alla toeletta quotidiana o ancora addormentarsi stremate assieme in un solo letto. Al salon di rue des Moulins, del 1894, mostra per esempio un gruppo di prostitute sedute sui divanetti del loro bordello, tutte completamente vestite, che lì aspettano di essere “scelte”; non sono ancora obbligate a recitare la loro parte, non devono ancora mostrare quell’allegria che nella loro vita reale non conoscono. Del valore di queste opere ben si accorse il vecchio maestro impressionista Renoir, che le definì “disperatamente tristi”.

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L’illuso

Via del Campo ci va un illuso

a pregarla di maritare

a vederla salir le scale

fino a quando il balcone ha chiuso.

Henri Gervex, Rolla, 1878. Olio su tela, 175 x 220 cm. Parigi, Musée D’Orsay.

Un altro quadro-scandalo del XIX secolo fu quello dipinto dal pittore francese Henri Gervex (1852-1929), autore nel 1878 di Rolla, rifiutato dal Salon di quell’anno. E questo benché, all’epoca, Gervex fosse un pittore oramai affermato e avesse già vinto una medaglia nella precedente edizione del Salon (ciò, teoricamente, gli dava quell’anno il diritto di ammissione). La causa di un tale, clamoroso diniego è il contenuto del quadro, giudicato all’epoca “immorale”. Gervex, come il titolo della sua opera chiaramente conferma, aveva tratto ispirazione da un poema di Afred de Musset (1810-1857), pubblicato nel 1833, che racconta della vita oziosa e dissoluta di un giovane borghese, Jacques Rolla. Questi si era innamorato di Marie, una seducente ragazzina di appena quindici anni che si prostituiva per necessità. Quell’amore scandaloso lo avrebbe portato alla perdizione, alla miseria e alla disperazione, fino all’epilogo drammatico del suicidio. Una storia, questa, che avremmo potuto ritrovare in una canzone di De André.

Nella scena immaginata da Gervex, Rolla, oramai caduto in rovina, è appoggiato alla finestra e guarda la giovane amante addormentata sul letto disfatto. Marie è nuda e sensuale. Accanto a lei, sulla poltrona e per terra, i vestiti ammucchiati mostrano la fretta con cui la coppia si è precedentemente denudata e quindi alludono all’enfasi di quella passione tanto travolgente quanto peccaminosa e come tale maledetta.

Ama e ridi se amor risponde

piangi forte se non ti sente

dai diamanti non nasce niente

dal letame nascono i fior

dai diamanti non nasce niente

dal letame nascono i fior.

(F.De André)

Fabrizio De André in una foto degli anni Sessanta.
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