menu Menu
Il quarto stato di Pellizza da Volpedo
Una icona del lavoro, ancora attuale.
By Giuseppe Nifosì Posted in Postimpressionismo e Simbolismo on Maggio 3, 2019 0 Comments 5 min read
La lattaia di Vermeer Previous Da Courbet a Salgado: raccontare il lavoro, denunciare lo sfruttamento Next

Giuseppe Pellizza da Volpedo (1868-1907) è stato uno dei più importanti pittori divisionisti in Italia. Dopo un esordio come pittore verista, infatti, aderì al Divisionismo italiano adottandone sistematicamente la tecnica pittorica. Sensibilizzato dal pensiero di Engels e dalle letture del marxista italiano Antonio Labriola (1843-1904), sentì l’esigenza di approfondire nei suoi quadri le tematiche sociali; scrisse infatti a un amico: «Sento che ora non è più l’epoca di fare dell’arte per l’arte, ma dell’arte per l’umanità». Egli era infatti convinto che nella società moderna al pittore spettasse un importante compito di educatore, capace di sensibilizzare attraverso l’arte la popolazione alle problematiche sociali. Il suo capolavoro fu Il quarto stato, del 1901, ispirato da uno sciopero di lavoratori. L’opera celebra l’affermazione di una nuova classe sociale, quella del proletariato (o quarto stato appunto), che ha trovato la forza di rivendicare il rispetto dei propri diritti.

Giuseppe Pellizza da Volpedo, Il quarto stato, 1901. Olio su tela, 2,85 x 5,43 m. Milano, Museo del Novecento.
La folla dei lavoratori avanza

«L’avanzarsi animato di un gruppo di lavoratori verso la sorgente luminosa simboleggiante nella mia mente tutta la grande famiglia dei figli del lavoro»: così Pelizza da Volpedo definì il soggetto del suo capolavoro, Il quarto stato. Una folla di braccianti avanza compatta verso lo spettatore, dal buio dello sfondo alla luce in primo piano, cioè «il sole dell’avvenire» che li guida nella loro pacifica protesta.

Giuseppe Pellizza da Volpedo, Il quarto stato, 1901. Particolare.

Al centro della composizione si stacca un gruppo di tre persone formato da un uomo maturo, seguito da uno più anziano e da una giovane donna con un bimbo in braccio. L’uomo al centro del quadro è il fulcro dell’intera scena: la sua posizione privilegiata e la luce che lo colpisce in pieno lo fanno apparire come il capo della protesta.

Correlato:  I misteriosi interni di Hammershøi

Gli atteggiamenti degli scioperanti, mostrati per lo più in veduta frontale mentre discutono fra loro, sono caratterizzati con molta precisione. Le figure maschili sono rese statuarie dalla fermezza del modellato; la donna, che con il suo atteggiamento sembra voler incoraggiare i propri compagni, è talmente bella da richiamare l’antica statuaria greca.

Giuseppe Pellizza da Volpedo, Il quarto stato, 1901. Particolare.

La realizzazione di questo quadro tenne Pellizza occupato per più di dieci anni, con bozzetti, studi, disegni, versioni che non riuscivano mai a soddisfarlo del tutto. La tecnica divisionista, a sottili pennellate accostate una all’altra, fu applicata in quest’opera in modo magistrale. Ma l’insuccesso del quadro fu talmente bruciante per l’autore che questi decise di chiudere con la sua fase sociale per tornare alla pittura di paesaggio. Non avrebbe mai immaginato che Il quarto stato sarebbe diventato, nel secondo Novecento, uno dei quadri ottocenteschi italiani più conosciuti e ammirati, al punto da diventare una vera e propria icona.

La folla continua ad avanzare

Per la sua capacità di rappresentare, sul piano figurativo, i valori ideali del movimento operaio e socialista in Italia, divenne, dal secondo dopoguerra, l’immagine simbolo del Partito Socialista Italiano (PSI) e, in generale, quella più riprodotta e utilizzata in ambito politico e sindacale. La rappresentazione della massa di uomini che avanza compatta, così efficacemente comunicativa, tratta dall’opera divisionista o ispirata ad essa, è stata adottata anche in ambito cinematografico, ad esempio da Bernardo Bertolucci, fumettistico, come nel caso di Dylan Dog, satirico e perfino pubblicitario.

Bernardo Bertolucci, Novecento, 1976. Locandina del film.
Tiziano Sclavi, disegno preparatorio della copertina di Tutti gli incubi di Dylan Dog, 1991.
Tiziano Sclavi, Tutti gli incubi di Dylan Dog, 1991. Copertina

Alcuni manifesti pubblicitari sono spesso veri e propri calchi figurativi del celebre dipinto di Pellizza, il quale, probabilmente, non avrebbe approvato alcuni degli scopi per i quali il suo lavoro viene ancora oggi impiegato.

Correlato:  I Preraffaelliti
Campagna pubblicitaria Volkswagen, 1992.
Campagna pubblicitaria della Lavazza, 2000.
Campagna pubblicitaria della Henry Cotton’s, 2008.
Manifesto della CGIL per la campagna La festa non si vende, 2014.

Difatti, qualcuno ha voluto giocare, con ironia, su questo abuso dell’immagine artistica. La pittrice giapponese Tomoko Nagao (1976), per esempio, ha proposto una versione audacemente pop del capolavoro di Pellizza, secondo l’estetica kawaii che si nutre di Manga, film di animazione, moda e design.

Tomoko Nagao, Il quarto stato after Pellizza, 2016. Serigrafia.

Tomoko Nagao mescola il mondo pre-capitalistico a simboli del consumismo della società contemporanea. Si tratta di una aperta denuncia delle aberrazioni del materialismo contemporaneo e allo stesso tempo di una presa d’atto che il mondo è profondamente cambiato. Nel “nuovo” quarto stato di Nagao, il popolo-pop avanza con una bottiglia magnum di Campari in mano, vestendo alla moda, in una Milano ridotta a grande magazzino, con tanto di Duomo, in versione pop-gothic, sullo sfondo. «So che molte persone vedono nella mia arte una critica al presente, ma accade perché questo pensiero è già in loro. Non cerco di trasmettere messaggi complicati, mi interessa la “semplice bellezza” perché questo è il mondo, secondo me. Vorrei che questo mondo, così “sbagliato”, cambiasse, ma allo stesso tempo so che lo rimpiangerei una volta scomparso per sempre…»

Condividi con gli amici:
Facebooktwitterlinkedinmail


Previous Next

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Cancel Pubblica il commento

keyboard_arrow_up