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Rabbit di Jeff Koons
Il coniglietto (e altre opere) dell’artista dei record.
By Giuseppe Nifosì Posted in Il Novecento: dagli anni Settanta ad oggi on Maggio 17, 2019 0 Comments 7 min read
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Lo scultore statunitense Jeff Koons (1955) è l’emblema del fenomeno neo-pop che ha interessato l’arte contemporanea negli anni Ottanta e Novanta. Artista-divo scanzonato e sfacciato, emule di Warhol, ha cavalcato l’onda di un cattivo gusto oramai globalizzato, ha giocato con il livellamento tra cultura elevata e cultura di massa ed è stato il principale, consapevole artefice della deriva kitsch dell’arte pop. Koons, in verità, ha ben poco di quello che ci aspetterebbe da un artista: non è romantico, non è tormentato, non è irregolare, non è bizzarro, veste rigorosamente in giacca e cravatta. È un geniale professionista dell’arte, con un grande senso degli affari, che si affida per il suo lavoro ad altri ineccepibili professionisti, tutti rigorosamente anonimi. Infatti, Koons non è l’esecutore materiale ma solo l’ideatore delle sue creazioni. Essendo un perfezionista, segue poi di persona tutti i processi produttivi, volando dall’America all’Europa come si richiede a ogni manager di alto livello. In questo, non potrebbe essere più diverso da Warhol, di cui pure è considerato l’erede.

Michael Jackson

Una delle sue prime opere famose risale alla fine degli anni Ottanta: è la scultura in ceramica di Michael Jackson (1988), in cui la celebre pop star è ritratta con una scimmietta in braccio. È chiaro che il cantante e ballerino afroamericano (musicalmente geniale ma assai chiacchierato per il suo bizzarro abbigliamento, le numerose plastiche facciali, lo stile di vita esagerato, la villa-ranch in cui abitava, concepita come un luna-park) è qui proposto dallo scultore come la nuova icona della società contemporanea, in sostituzione della Marylin Monroe già proposta vent’anni prima da Warhol. E sempre dalla Pop Art degli anni Sessanta, Koons ha ereditato la sfrontata esaltazione dell’oggetto comune, privilegiando, però, quello da negozio di souvenir e da duty free, meglio se coloratissimo e pacchiano. Le sue opere, come già quelle di Warhol, risultano rasserenanti proprio perché non sembrano voler dire qualcosa e allo stesso tempo appaiono bizzarre e trasgressive (e come tale divertenti), per il paradosso di riprodurre oggetti noti e ordinari con dimensioni esagerate e con materiali completamente estranei ad essi.

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Jeff Koons, Michael Jackson e scimmietta, 1988. Ceramica colorata. New York, Sonnabend Gallery.
Rabbit

Sono per esempio famosissime le grandi sculture legate al mondo innocente e fiabesco dell’infanzia, tipiche della sua produzione degli anni Novanta, che riproducono cuori, cagnolini o conigli. Consideriamo Rabbit, per esempio, del 1986: un coniglietto in acciaio inossidabile che imita proprio i palloncini gonfiabili, quelli normalmente venduti alle fiere di paese. La precisione nella realizzazione, così come la cura quasi maniacale per i dettagli fanno di Rabbit una scultura a tutti gli effetti ma il soggetto, tratto dalla banale quotidianità, rende l’opera del tutto spiazzante, così come la scelta di utilizzare un materiale, il metallo in questo caso, lontanissimo da quello con cui un vero palloncino viene realizzato. Si tratta di una idea semplice e straordinaria. E anche redditizia. Koons è infatti molto quotato sul mercato dell’arte. Per acquistare le sue opere, irraggiungibili dai più, ci sono lunghe liste di attesa, e non tutti i milionari riescono a conquistarne una. Basti pensare che il suo Hanging Heart (un grande cuore color magenta in acciaio inox, appeso a un filo d’oro), esposto a Venezia nel 2006, è stato venduto l’anno dopo a un’asta di Sotheby’s a New York per la cifra di 23.561.000 dollari. Rabbit è stato invece battuto all’asta, da Christie’s a New York (maggio 2019), per 91,1 milioni di dollari (81,3 milioni di euro) diventando così, ad oggi l’opera più costosa della storia tra gli artisti viventi. Il primato era stato detenuto, fino ad ora, dal dipinto Ritratto di un artista di David Hockney, esponente della Pop Art inglese, venduto (sempre da Christie’s nel novembre 2019) per 90,3 milioni.

Jeff Koons, Rabbit, 1986. Acciaio, 104 x 48,3 x 30,5 cm. Collezione privata.
Made in Heaven

Tra le più scandalose e discusse operazioni artistiche di Koons va ricordata Made in Heaven, una complessa e imponente installazione di fotografie e sculture presentata alla Biennale di Venezia del 1990. L’installazione celebra l’incontro, artistico e reale, tra Koons e la celebre pornostar Ilona Staller, in arte Cicciolina, che ha sposato e dalla quale ha poi divorziato (con grande attenzione della cronaca scandalistica). Le ampie fotografie, vistosamente a colori, presentano Koons e Cicciolina in pose erotiche e durante alcuni amplessi. Con questa scelta scioccante e deliberatamente provocatoria, Koons ritiene di aver condotto una “operazione pop”, proseguendo sulla scia di dell’artista americano Lichtenstein (il quale, in verità, si era limitato ai fumetti). Egli ha infatti contaminato la cultura “alta”, quella che riguarda la sfera dell’arte, con la cultura “popolare” e massmediatica, nello specifico rifacendosi all’industria pornografica che in quegli anni era già in piena espansione.

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Jeff Koons, Made in Heaven, 1990. Manifesto dell’installazione.
Puppy

Nel 1992, Koons ha realizzato Puppy, una delle opere più singolari della sua carriera. Si tratta di un gigantesco cane, un West Highland White Terrier alto 13 metri e composto da 70.000 fiori sostenuti da un’armatura: nelle intenzioni dell’artista, l’opera vuole essere un simbolo di amore universale e di felicità. Esposto inizialmente nel cortile del castello barocco di Arolsen, in Germania, è stato ricostruito nel 1995 nella zona portuale di Sydney, con una nuova struttura che comprende il sistema d’irrigazione interno. Nel 1997, l’opera è stata acquistata dalla Solomon R. Guggenheim Foundation per essere collocata davanti al Guggenheim Museum di Bilbao.

Jeff Koons, Puppy, 1997. Acciaio, fiori e terreno, 12,4 x 8,2 m. Bilbao, Guggenheim Museum.
Balloon dog

Alla metà degli anni Novanta, Jeff Koons ha prodotto una serie di opere, che costituiscono il cosiddetto gruppo della Celebration, dedicato alla nascita del figlio, avuto dalla moglie e pornodiva Ilona Staller prima della loro turbolenta separazione. Attraverso queste sue creazioni, l’artista ha voluto affrontare il tema del gioco, legandolo a una dimensione prettamente infantile. Si tratta, perlopiù, di grandi sculture in metallo colorato che riproducono giocattoli e oggetti legati alle occasioni festive, come i compleanni. Sono venti differenti soggetti, tra cui cagnolini, cuori, uova di Pasqua, tulipani, ognuno dei quali proposto in 5 pezzi unici di colore diverso. Si distinguono, in particolare, le riproduzioni di quei palloncini colorati che riproducono le sagome sintetizzate di animali, come i cagnolini. Balloon dog è una di queste. La scultura, alta quasi un metro e mezzo, è gialla, ma Koons ne ha prodotte anche altre quattro analoghe, più alte (che superano i tre metri) e colorate di altri sgargianti colori (arancio, rosso, magenta e blu). La versione arancione del cagnolino è stata battuta all’asta, nel 2013, per la cifra record (allora) di 58,4 milioni di dollari.

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Jeff Koons, Balloon dog (yellow), 1994. Acciaio inossidabile, 121 x 143 x 45 cm. The Steven and Alexandra Cohen Collection, in mostra a New York, Metropolitan Museum.
Jeff Koons, Balloon dog (orange), 1994. Acciaio inossidabile, 307.3 x 363.2 x 114.3 cm. Collezione privata.
Il senso dell’arte di Koons

L’identità dell’oggetto riprodotto da Koons è stata sovvertita, contraddetta e, alla fine, completamente negata, sia per le dimensioni sia per il materiale utilizzato. I palloncini sono piccoli e leggeri, se riempiti di gas volano in aria. Le sculture di Koons sono invece monumentali e pesantissime. Eppure, complici la loro vivacissima colorazione e la lucentezza specchiante, appaiono ugualmente leggere, buffe e divertenti. Può apparire certamente contraddittorio che sia stata impiegata tanta fatica per produrre una immagine così “inconsistente”, questo sì, nella sua apparente, o forse evidente, mancanza di significato. Non dimentichiamo che Koons non produce personalmente le sue sculture ma si rivolge a ditte specializzare che seguono alla lettera le sue indicazioni, superando non pochi problemi di natura tecnica e lavorando l’acciaio fino ai limiti da esso consentiti. Koons, tuttavia, ha sempre ritenuto che l’arte debba essere qualcosa di semplice, priva di significati nascosti, perfino banale; che il suo compito sia quello di esaltare la leggerezza della vita, presentarsi come ludicamente disimpegnata, esortare alla spensieratezza e provocare un sorriso. Secondo lui un palloncino, insomma, merita di essere elevato a monumento tanto quanto un serioso capo di Stato a cavallo.

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