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Il Ratto della Sabina del Giambologna

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Jean de Boulogne (1529-1608), il cui nome fu italianizzato in Giambologna, fu uno scultore nato a Douai (nelle Fiandre) e formatosi ad Anversa. Stabilitosi a Firenze, concluse le ricerche del tardo Manierismo elaborando soluzioni formali ardite che preannunciavano l’avvento del Barocco. Il Ratto della Sabina del Giambologna.

La scultura di Giambologna è considerata l’emblema dell’eleganza e della raffinatezza manieristiche, per le bianche e morbide superfici delle sue statue, le linee sinuose, i chiaroscuri armoniosi, la sensualità dei temi. Domina, nei suoi capolavori, il ricorso alla figura serpentinata, ottenuta attraverso una forzata torsione del corpo che tuttavia non mostra alcuno sforzo apparente, con il capo che guarda da una parte e il busto volto da quella opposta.

Loggia dei Lanzi in Piazza della Signoria, a Firenze, con il Perseo di Benvenuto Cellini (a sinistra) e il Ratto della Sabina del Giambologna (a destra).
Giambologna, bozzetto preparatorio per il Ratto della Sabina, 1582. Gesso. Firenze, Museo dell’Accademia.

Il Ratto della Sabina

L’opera più nota dello scultore fiammingo è il Ratto della Sabina, che arricchisce la collezione scultorea di Piazza della Signoria a Firenze, essendo collocata sotto la Loggia dei Lanzi, assieme al Perseo di Benvenuto Cellini, altro capolavoro di scultura manierista. Questa loggia, di origine medievale, doveva diventare, per volontà del committente, il Granduca di Toscana Cosimo I dei Medici, un vero e proprio museo all’aperto, capace di magnificare il suo regno e di rimandare ai posteri la sua immagine di munifico cultore e mecenate delle arti. Il Ratto della Sabina del Giambologna.

Giambologna, Ratto della Sabina, 1583. Marmo, altezza 4,10 m. Firenze, Piazza della Signoria, Loggia dei Lanzi.
Giambologna, Ratto della Sabina, 1583. Marmo, altezza 4,10 m. Firenze, Piazza della Signoria, Loggia dei Lanzi.

Un soggetto ambiguo

Il gruppo marmoreo del Giambologna, realizzato nel 1583, venne descritto efficacemente, nel 1584, appena un anno dopo il suo compimento, dallo scrittore fiorentino Raffaello Borghini (1537-1588). Nel suo trattato d’arte Il Riposo, il letterato scrisse che «Giambologna, punto dallo sprone della virtù, si dispose di mostrare al mondo che egli non solo sapea fare le statue di marmo ordinarie, ma eziandio molte insieme, e le più difficili che far si potessero, e dove tutta l’arte in far figure ignude […] si conoscesse, e così finse, solo per mostrar l’eccellenza dell’arte e senza proporsi alcuna historia, un giovane fiero, che bellissima fanciulla a debol vecchio rapisse». Il Ratto della Sabina del Giambologna.

Giambologna, Ratto della Sabina, 1583. Marmo, altezza 4,10 m. Firenze, Piazza della Signoria, Loggia dei Lanzi.

Secondo la testimonianza di Borghini, insomma, Giambologna concepì il gruppo senza pensare a un soggetto determinato, limitandosi a ricercare una composizione articolata e che suscitasse stupore. Solo successivamente venne proposto, per l’opera, il nome con cui è conosciuta ancora oggi, facendo riferimento all’episodio mitico del rapimento delle donne sabine da parte dei Romani.

Giambologna, Ratto della Sabina, 1583. Marmo, altezza 4,10 m. Firenze, Piazza della Signoria, Loggia dei Lanzi.

Tre figure intrecciate

L’opera, alta ben 4,10 metri, mostra un giovane nudo e dal corpo vigoroso che solleva sopra le spalle una fanciulla, anch’ella nuda, la quale si agita disperata. Mentre compie quest’atto di violenza, egli blocca fra le sue gambe un uomo anziano, identificabile con il padre della ragazza, che impotente assiste al rapimento della figlia.

Ponendosi in competizione con i grandi artisti dell’antichità, e dopo aver realizzato un modello in “terra cruda” (oggi conservato al Museo dell’Accademia), Giambologna scelse di ricavare questo soggetto, così complesso, da un unico blocco di marmo, riuscendo in un’impresa di grande virtuosismo, e articolò le tre figure in modo asimmetrico, obbligando l’osservatore a spostarsi per coglierne le diverse posizioni da vari punti di vista. Il Ratto della Sabina del Giambologna.

Giambologna, Ratto della Sabina, 1583. Particolare.

Una torsione nello spazio

L’opera del Giambologna presenta, in questo senso, una grande novità. Le statue rinascimentali erano state concepite per essere ammirate soprattutto da un punto di vista privilegiato: come il David di Michelangelo, avevano una struttura frontale ed erano spesso inserite dentro nicchie.

Le diverse posizioni dei personaggi del Ratto, avvinti in una sola spirale ascendente, spingono invece lo spettatore a girare attorno all’opera, per cogliere la varietà delle sue parti e scoprire sempre nuovi intrecci di curve esteticamente efficaci. Gian Lorenzo Bernini, il grande artefice del Barocco, se ne sarebbe ben ricordato al momento di scolpire i suoi primi capolavori, ossia le cosiddette Statue Borghese.

Giambologna, Ratto della Sabina, 1583. Particolare.

Questo sistema lineare, così ben percepibile nonostante si tratti di un gruppo scultoreo a tutto tondo, è d’altro canto esaltato dalle anatomie del Giambologna, i cui nudi sono molto snelli: le gambe allungate, il tronco affusolato, il collo slanciato, la testa piccola fanno apparire l’intreccio dei corpi come la fiamma oscillante di una candela. Il Ratto della Sabina del Giambologna.

Giambologna, Ratto della Sabina, 1583. Particolare.