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La Resurrezione di Piero della Francesca
In un capolavoro, il più grande mistero del Cristianesimo.
By Giuseppe Nifosì Posted in L’età rinascimentale: il Quattrocento on Aprile 22, 2019 0 Comments 4 min read
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Piero della Francesca (1416/17-1492), il cui vero nome era Piero di Benedetto de’ Franceschi, fu un pittore intellettuale, di grande cultura e difficile da interpretare. Le sue opere, impassibilmente razionali, sospese tra arte e studi di geometria, presentano sempre un complesso sistema di lettura a vari livelli, che tiene conto di questioni storiche, teologiche e filosofiche. In un’epoca in cui arte e scienza sembravano unite da vincoli profondi, egli fu, come scrisse il matematico Luca Pacioli (1445-1517), un “monarca della pittura”. Con grandissima acutezza intellettuale, riuscì a conciliare la prospettiva geometrica di Brunelleschi, il senso del volume di Masaccio, la luminosità di Beato Angelico e di Domenico Veneziano, l’attenzione per il dettaglio tipica dei fiamminghi. Di tutti gli artisti umanisti del Quattrocento, fu uno dei più completi e cerebrali, e non a caso influenzò profondamente le successive generazioni di pittori.

Piero della Francesca, Resurrezione, 1463-65. Murale in fresco e tempera, 2,25 x 2 m. Borgo San Sepolcro, Pinacoteca comunale.
La Resurrezione

Tra le sue opere spicca la bellissima Resurrezione, dipinta a Borgo San Sepolcro, fra il 1463 e il 1465. In questo affresco, Cristo rappresenta il perno della composizione ed emerge maestoso e autorevole da un grande sarcofago di pietra in primissimo piano. La gamba sinistra di Gesù è appoggiata sul bordo, la destra è ancora all’interno del sepolcro. La mano sinistra, piegata per reggere un lembo del manto rosso, mostra la ferita lasciata dal chiodo; la destra, invece, tiene un vessillo con la croce rossa in campo bianco.

Piero della Francesca, Resurrezione, 1463-65. Particolare.

Ai suoi piedi dormono i soldati che avrebbero dovuto sorvegliarne il cadavere, figure dalla monumentale solidità, mostrati con scorci e pose diverse. La scena è assolutamente statica, silenziosa e solitaria, la figura del Cristo è frontale e immobile. Anche il paesaggio, diviso in due dalla figura principale, nonché per metà spoglio e metà verdeggiante, alluderebbe alla redenzione dei peccati, alla nuova vita che la morte e resurrezione del Cristo ha portato sulla terra.

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Piero della Francesca, Resurrezione, 1463-65. Particolare.

Per tradizione, si riconosce nel soldato bruno con l’armatura marrone, il secondo da sinistra, un autoritratto dell’artista.

Piero della Francesca, Resurrezione, 1463-65. Particolare.
L’arcaismo innato di Piero

Fu il critico Bernard Berenson, alla fine dell’Ottocento, a scrivere per primo della “impersonalità” delle figure pierfrancescane. Molto spesso si è fatto ricorso ad un confronto diretto fra le opere di Piero e quelle dell’arte greca, soprattutto arcaica e severa; anzi, si è parlato di un “arcaismo innato” (ossia spontaneo) dell’artista rinascimentale, facendo riferimento alla solenne monumentalità dei suoi personaggi, che sono rigidi e inespressivi come le antiche statue del primo V secolo a.C. Ovviamente, non c’è alcuna relazione diretta fra la pittura di Piero e l’arcaismo greco: la chiave di lettura della sua arte non è il richiamo alla cultura della prima classicità ma la matematica e soprattutto la geometria, le cui leggi il pittore applicò non solo alle composizioni, ma ad ogni singolo oggetto e figura, al punto da trovare sfere, coni e parallelepipedi sotto ogni testa e corpo. Come per Alberti, anche per Piero le leggi della rappresentazione s’identificarono totalmente con quelle rigorose della prospettiva matematico-lineare; la pittura, scrisse nel De Prospectiva Pingendi, «non è se no dimostrationi de superficie et de corpi degradati o accresciuti […] secondo che le cose vere vedute da l’occhio socto diversi angoli s’apresentano». Nel mondo pittorico di Piero, anche la presenza dell’uomo è sottoposta alle leggi di quell’ideale geometrico prospettico. A Piero gli oggetti, tutti gli oggetti, dunque anche gli uomini, interessarono solo nella loro idealità geometrica; la figura umana fu da lui concepita non come rappresentazione di un individuo ma nella sua identità assoluta di forma, luce e colore. In tal modo, la sua “arte del numero” si contrappose a quella fiorentina “di linguaggio”, tipica di Brunelleschi, Ghiberti, Donatello e Masaccio, ispirata ad una cultura di oratori e scrittori e carica di funzionalità espressiva, di intensità psicologica. E questo spiega perché il pittore si sia allontanato così presto da Firenze.

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Piero della Francesca, Resurrezione, 1463-65. Particolare.
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