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La pittura del Risorgimento
Gli straordinari reportages dei nostri pittori-soldati.
By Giuseppe Nifosì Posted in Opere, artisti e movimenti on Giugno 14, 2019 0 Comments 5 min read
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In Italia, nel periodo compreso fra il 1848 (anno della rivolta delle Cinque Giornate di Milano, premessa essenziale alla futura unificazione italiana) e il 1878 (anno in cui morì Vittorio Emanuele II, primo re d’Italia), si affermò un movimento artistico trasversale che la critica oggi identifica con il termine “pittura del Risorgimento”. Questo fenomeno vide coinvolti numerosi artisti, provenienti dalle fila del Romanticismo, del Verismo, dei macchiaioli, tutti accomunati dalla volontà di celebrare un momento così straordinario della storia italiana, rendendone lo spirito, le ansie, le speranze, gli entusiasmi. Tra loro, Giovanni Fattori e Silvestro Lega, Federico Faruffini e Gerolamo Induno. Quasi tutti i pittori del Risorgimento vissero in prima persona le vicende che poi raccontarono nei loro quadri: si trattava, infatti, di “pittori-soldati”.

Molti macchiaioli parteciparono ad almeno una delle tre guerre di indipendenza. Induno fu addirittura un fervente garibaldino e partecipò a tutte le tre guerre. Grazie al valore della loro testimonianza, molti dipinti di questi anni diventano credibili documenti visivi che consentirono al pubblico dell’Ottocento di partecipare emotivamente a quegli eventi di cui leggevano sui giornali; allo stesso modo, permettono a noi oggi di accostarci con più immediatezza a pagine di storia che altrimenti sarebbero solo raccontate dai libri. Il valore di questi quadri, che sono spesso di qualità artistica indiscutibile, è insomma paragonabile a quello di certe straordinarie fotografie che alcuni coraggiosi reporter scattarono durante gli eventi bellici del XX secolo.

Appartenendo a un ambito verista, i pittori-soldati evitarono la retorica della celebrazione, l’esaltazione dei comandanti, il virtuosismo dei trionfi. Al contrario, amarono dare spazio, e un volto, ai soldati semplici, ai feriti, ai caduti, ai prigionieri. I loro quadri raccontano della fatica, del sudore, della sporcizia, della paura e anche dell’eroismo, quello degli sconosciuti, dei ragazzi comuni che spesso partirono carichi di speranze e di entusiasmo per non tornare più a casa.

Federico Faruffini

Nel suo dipinto che illustra La battaglia di Varese, combattuta nel maggio del 1859 fra i Cacciatori delle Alpi comandati da Garibaldi e gli austriaci, Federico Faruffini (1833-1869) ci offre l’equivalente di uno scatto fotografico, un fermo-immagine di straordinaria efficacia comunicativa. Alcuni giovani soldati, senza cannoni, senza cavalli, con poche armi, valicano una trincea e si scagliano contro il nemico. Il punto di vista è molto ravvicinato, lo spettatore ha quasi l’impressione di essere uno del gruppo che si è voltato a guardare. A destra, un soldato è stato colpito. È giusto un attimo in sospensione: il giovane vacilla, chiude gli occhi. Tra un secondo crollerà per terra senza vita.

Federico Faruffini, La battaglia di Varese, 1862. Olio su tela, 1,45 x 2,90 m. Pavia, Musei Civici del Castello Visconteo.
Giovanni Fattori

Nel Campo italiano dopo la battaglia di Magenta, straordinario capolavoro di Giovanni Fattori (1825-1908) del 1861 (anno dell’Unità d’Italia), non è la battaglia in sé a essere rappresentata, nonostante la sua importanza strategica (nel giugno del 1959, grazie a questa vittoria, i franco-piemontesi entrarono a Milano). Sono ancora una volta i semplici soldati, tutti, quelli amici e quelli nemici, a essere protagonisti. Al centro della scena si trova un carro, una sorta di rustica ambulanza, con sopra due suorine che stanno portando soccorso ai feriti. Notiamo che il soldato ha raccolto la divisa bianca, quindi è un nemico: un tenentino austriaco biondo, di vent’anni al massimo, che una delle suore, giovane quanto lui, tocca con pudore e forse imbarazzo. Fattori non era certo filoaustriaco, come abbiamo già detto. Tuttavia, non rinunciò a farci vedere la storia per quello che è, non nascose che la guerra, alla fine dei conti, è sempre e comunque un’assurda tragedia. E l’immagine di questi ragazzi, che il crudele ingranaggio degli eventi ha voluto nemici, è un momento di toccante poesia.

Giovanni Fattori, Il campo italiano dopo la battaglia di Magenta, 1861. Olio su tela, 2,32 x 3,48 m. Firenze, Palazzo Pitti, Galleria d’Arte Moderna.
Non solo battaglie

I nostri pittori-soldati non dipinsero solo di guerra; essi portarono la storia anche dentro le case, mostrandoci coloro che sui campi di battaglia non andavano, cioè le madri, le sorelle trepidanti, le fidanzate. Queste donne aspettavano ansiose notizie dal fronte, si occupavano dei vecchi e dei ragazzini, cucivano bandiere tricolore, camicie rosse e coccarde, assistevano coraggiosamente i feriti e i moribondi che venivano riportati indietro.

Girolamo Induno, Triste presentimento, 1862. Olio su tela, 67 x 86 cm. Milano, Pinacoteca di Brera.
Odoardo Borrani, Le cucitrici di camicie rosse, 1863. Olio su tela, 65 x 55 cm. Firenze, collezione privata.
Gerolamo Induno

Nel capolavoro di Gerolamo Induno (1825-1890), La lettera dal campo, del 1859, magistrale è la rappresentazione dell’umile dimora, dei poveri arredi, delle misere suppellettili. Ogni dettaglio ha un suo valore, come quello della verdura lasciata in un angolo da mondare, perché tutti si sono raccolti attorno al tavolo a leggere la missiva appena arrivata: le donne ansiose e angosciate, il bambino curioso, il padre che, rimasto in disparte, cerca di darsi un tono ma non si perde una parola. Questi dipinti, un tempo ingiustamente relegati a un genere artistico minore, sono stati oggi molto rivalutati dalla critica, che in essi riconosce non più solo un valore documentario ma la stessa dignità della grande pittura di storia.

Gerolamo Induno, La lettera dal campo, 1859. Olio su tela, 1,13 x 1,44 m. Collezione privata.
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