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Il Ritratto di Innocenzo X di Velázquez
Un capolavoro che ha vinto la prova del tempo.
Autore: Giuseppe Nifosì Pubblicato in Il Seicento – Data: Marzo 29, 2021 0 commenti 6 minuti
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Diego Velázquez (1599-1660) è stato non solo il più importante pittore spagnolo del Seicento ma probabilmente il principale esponente di tutta la storia dell’arte spagnola. Il Ritratto di Innocenzo X di Velázquez.

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Nell’arco della sua vita, questo artista si recò due volte in Italia. La prima volta fu nel 1629. In quella occasione, visitò molte città italiane e nel 1630 giunse a Roma. Ad accoglierlo nella città papale trovò Bernini. I due erano coetanei (giacché Diego aveva solo sei mesi in più di Gian Lorenzo), iniziavano una carriera destinata ad essere sfolgorante e in breve tempo impararono a stimarsi. Bernini lo accompagnò spesso in giro per la città e gli mostrò le più belle collezioni private di Roma.

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Velázquez tornò in Italia alcuni anni più tardi, nel 1649. Non era più un giovane pittore desideroso di istruirsi ma un affermato e apprezzato artista cinquantenne, preceduto dalla sua fama di impareggiabile ritrattista. Infatti, i più stretti collaboratori del pontefice regnante Innocenzo X, al secolo Giovanni Battista Pamphilj, consigliarono subito al papa di farsi ritrarre da lui.

Gian Lorenzo Bernini, Ritratto di Innocenzo X, 1650 ca. Marmo. Roma, Galleria Doria Pamphilj.

Storia di un ritratto

Secondo un aneddoto, Innocenzo X, che aveva un carattere piuttosto aspro e non conosceva l’artista, era piuttosto dubbioso. Velàzquez, allora, per dimostrare al pontefice la propria maestria, ritrasse un pittore della propria bottega, il mulatto Juan de Pareja: il dipinto, di impareggiabile bellezza, convinse immediatamente il papa, che non solo commissionò subito un ritratto per sé al pittore ma incoraggiò la sua ammissione all’Accademia nazionale di San Luca, la più importante associazione di artisti a Roma. In realtà, essendo Velàzquez il pittore di corte di re Filippo IV di Spagna, aveva sufficienti credenziali per ricevere subito l’ambita commissione. Cosa che probabilmente accadde.

Diego Velázquez, Ritratto di Juan de Pareja, 1650. Olio su tela, 81,3 x 69,9 cm. New York, Metropolitan Museum.

Un capo di Stato

Nel dipinto di Velàzquez, Innocenzo X siede sul trono papale in legno dorato, dall’ampio schienale imbottito e rivestito di preziosa stoffa rossa. Indossa una mozzetta rossa, ossia la tipica mantellina portata da papi e cardinali, sopra un lungo abito in lino bianco che gli copre completamente le gambe. Il pontefice ostenta un atteggiamento sicuro e padrone di sé. È mostrato di tre quarti verso destra e poggia le mani sui braccioli della poltrona, ma il volto e lo sguardo corrucciato puntano con decisione verso l’osservatore. Anche le labbra serrate mostrano la sua fermezza.

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La sua figura non è collocata in asse con la composizione del quadro ma risulta spostata a sinistra e questo fa percepire l’immagine del papa come dinamica. Con la mano sinistra, il pontefice regge un foglio sul quale si legge la dedica dell’artista: «alla Santà di N.ro Sign.re / Innocentiox/ per Diego de Silva / Velàzsquez de la Camera di S. M.tà Catt.ca». Alle spalle di Innocenzo si distende un ampio tendaggio rosso. Ed è il rosso, certamente, il colore protagonista del dipinto, declinato in diverse sfumature e capace di rendere tutti gli effetti, dal lucido all’opaco, delle stoffe rappresentate.

Diego Velázquez, Ritratto di Innocenzo X, 1650. Olio su tela, 1,4 x 1,2 m. Roma, Galleria Doria Pamphilj.

La grande capacità di analisi psicologica

In questo suo capolavoro, Velàzquez seppe dimostrare tutta la propria sapienza tecnica e la propria dimestichezza nell’interpretare la psicologia dei potenti. Del pontefice erano noti il pessimo carattere, il disinteresse per la letteratura e la sgradevolezza dell’aspetto, quest’ultima quasi proverbiale; l’artista spagnolo riprodusse con abilità consumata i tratti del vecchio e scontroso aristocratico, dal volto arcigno e lo sguardo un po’ satanico, soffermandosi sulla barba lunga e rada, il naso appuntito e schiacciato alla base, la fronte rugosa. Sono magistrali anche i giochi cromatici delle vesti, resi con uno stile molto prossimo a quello veneziano, quasi “neotizianesco”, che i suoi compatrioti avrebbero definito manera abreviada.

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Sappiamo che l’aderenza al modello sconcertò lo stesso pontefice, che vedendo il dipinto esclamò, inizialmente: «troppo vero», colpito e forse un po’ disturbato dalla capacità che l’artista aveva mostrato nello svelare i tratti più nascosti del suo carattere. Considerando, poi, che l’impaziente pontefice aveva concesso, così pare, al pittore soltanto una seduta di posa.

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Tuttavia, Innocenzo alla fine apprezzò il quadro, tanto da farlo appendere nella sala d’aspetto delle visite ufficiali. Di questo capolavoro, Velázquez fece anche una copia, che riportò con sé in Spagna quando, due anni dopo, fu costretto a ritornare.

Diego Velázquez, Ritratto di Innocenzo X, 1650.
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Da Velázquez a Bacon

E fu proprio il carattere vivente di questo capolavoro seicentesco a colpire uno dei pittori figurativi più importanti del Novecento, Francis Bacon, che lo studiò e lo rielaborò fino all’ossessione, proponendone numerose varianti. A partire dal 1949, infatti, Bacon realizzò circa quarantacinque versioni di questo soggetto, nella cosiddetta serie Screaming Pope, in cui deformò i tratti somatici del papa e sostituì i rossi dell’originale con diverse tonalità di viola. È davvero straordinario che un’opera d’arte possa sopravvivere a sé stessa e alla propria fama, trasformandosi e trasfigurandosi, fino a diventare l’allegoria dell’angoscia e della disillusione dei nostri tempi.

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A sinistra: Diego Velázquez, Ritratto di Innocenzo X, 1650. Olio su tela, 1,4 x 1,2 m. Roma, Galleria Doria Pamphilj. A destra: Francis Bacon, Ritratto di Innocenzo X, 1953. Olio su tela, 1,52 x 1,18 m. New York, Collezione Carten Burden.


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