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San Carlo alle Quattro Fontane di Borromini
Un gioiello di architettura barocca.
Autore: Giuseppe Nifosì Pubblicato in Il Seicento – Data: Aprile 9, 2024 0 commenti 8 minuti
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La Chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane fu il primo importante incarico della carriera del grande architetto barocco Francesco Borromini (1599-1667). L’edificio, dedicato a san Carlo Borromeo, gli venne commissionato dall’Ordine spagnolo dei Trinitari Scalzi, insieme all’annesso convento. Nel 1638 fu posta la prima pietra della chiesa, compiuta, ad esclusione della facciata, nel 1641.

La chiesa venne scherzosamente rinominata dai romani San Carlino, a causa delle sue minuscole dimensioni. Si pensi che la sua area equivale allo spazio occupato da uno solo dei piloni che sostengono la cupola di San Pietro.

Francesco Borromini, San Carlo alle Quattro Fontane, 1634-67, Roma.

Il chiostro

Disegnando il piccolo chiostro rettangolare del convento, Borromini creò una nuova tipologia formale. Infatti, distribuì gli intervalli delle colonne con un ritmo alterno (più larghi e più stretti), eliminò gli angoli e li trasformò in corpi convessi. In tal modo, la pianta si trasforma in un ottagono irregolare.

L’alzato presenta un doppio ordine di colonne; quelle inferiori sono tuscaniche e presentano un capitello il cui abaco si prolunga in modo da costituire una sorta di architrave continuo e mistilineo, ossia retto nelle porzioni di muro e curvo in corrispondenza degli archi.

Francesco Borromini, Chiostro rettangolare del Convento di San Carlo alle Quattro Fontane, 1634-38, veduta. Roma.
Francesco Borromini, Chiostro del Convento di San Carlo alle Quattro Fontane, 1634-38, particolare. Roma.
Francesco Borromini, Chiostro del Convento di San Carlo alle Quattro Fontane, 1634-38, particolare. Roma.

Il metodo borrominiano

Già nel piccolo intervento del chiostro, Borromini affrontò un tema che si sarebbe rivelato fondamentale nello sviluppo successivo della sua arte: quello della continuità ottica e spaziale dell’architettura. Le opere borrominiane non presentano mai un incontro fra due superfici piatte; vi si coglie sempre la volontà di addolcire gli spigoli, di ridurre gli aggetti, di stabilire un rapporto tra verticali e orizzontali con mediazioni che scongiurino qualsiasi forma di discontinuità.

Francesco Borromini, San Carlo alle Quattro Fontane, 1634-67, Roma. Pianta della chiesa e del chiostro.

La pianta della chiesa

Borromini si rivelò un vero maestro di razionalità distributiva. Il suo metodo, estraneo alla tradizione classica della progettazione modulare, era infatti basato sull’uso di unità geometriche. Nella chiesa, per esempio, lo schema di base della pianta è costituito da un rombo, formato da due triangoli equilateri che hanno un lato in comune, cui si sovrappone il perimetro mistilineo dell’edificio.

La pianta, dunque, assume una forma tendente all’ellisse, con un fortissimo effetto di contrazione spaziale che viene accentuato dalla collocazione sull’asse maggiore del portale e dell’altare. Una soluzione diametralmente opposta a quella che Bernini avrebbe adottato vent’anni dopo per la sua Chiesa di Sant’Andrea al Quirinale, che invece si caratterizza per una più ampia e scenografica espansione.

Francesco Borromini, San Carlo alle Quattro Fontane, 1634-67, Roma. Sezione.

L’interno

Chi entra all’interno del San Carlino verifica, con un solo colpo d’occhio, che l’organismo architettonico si sviluppa unitario e coerente dalla base alle pareti (ritmate da colonne) e da queste alla cupola; il perimetro della pianta condiziona infatti tutto l’impianto, determinando il profilo delle pareti e della robusta trabeazione. «Dappertutto è sistemato in modo che una parte integra l’altra e lo spettatore è stimolato a lasciar correre l’occhio incessantemente», osservò il procuratore dei Trinitari stendendo il suo rapporto. Si percepisce come un movimento ondulatorio delle pareti. L’alternanza ritmica di sporgenze e rientranze rende l’intero organismo architettonico quasi pulsante.

Francesco Borromini, San Carlo alle Quattro Fontane, 1634-67, Roma. Interno, veduta d’insieme.
Francesco Borromini, San Carlo alle Quattro Fontane, 1634-67, Roma. Interno, particolare.

Ricorre, nell’articolazione delle membrature e delle decorazioni, il numero tre, simbolo della Trinità e dei Trinitari stessi, committenti della chiesa. Lo ritroviamo, per esempio, nelle decorazioni dei pennacchi, distribuite su tre file concentriche.

Francesco Borromini, San Carlo alle Quattro Fontane, 1634-67, Roma. Interno, particolare della trabeazione.
Francesco Borromini, San Carlo alle Quattro Fontane, 1634-67, Roma. Interno, particolare della trabeazione.
Francesco Borromini, San Carlo alle Quattro Fontane, 1634-67, Roma. Interno, particolare con i pennacchi.

La cupola

La trabeazione ininterrotta, impostata sulle pareti ondulate, sostiene una zona intermedia con quattro pennacchi, sulla quale si innalza una cupola ellittica, costruita in laterizio e decorata a nido d’ape da cassettoni ottagonali, esagonali e cruciformi. Le dimensioni di questi cassettoni diminuiscono progressivamente verso la lanterna e l’artificio prospettico lascia apparire la cupola molto più alta. Al centro, trionfa la raffigurazione dello Spirito Santo, mostrato dentro il triangolo della Trinità.

Francesco Borromini, San Carlo alle Quattro Fontane, 1634-67, Roma. Veduta della cupola con i pennacchi.
Francesco Borromini, San Carlo alle Quattro Fontane, 1634-67, Roma. Cupola.
Francesco Borromini, San Carlo alle Quattro Fontane, 1634-67, Roma. Particolare con i cassettoni della cupola.

La facciata

Borromini progettò la facciata solo trent’anni più tardi, verso la fine della sua carriera: eppure, essa è intimamente legata alla struttura della chiesa. Articolata da un ordine piccolo e uno gigante, si presenta come uno schermo unitario sviluppato in altezza ma flesso in un profilo ricco di curve. Nella parte inferiore i due settori esterni sono concavi e quello centrale convesso; nella parte superiore, invece, tutti i settori sono concavi. In cima, un grande medaglione ellittico è sorretto da angeli. Realistici dettagli scultorei, fra cui teste di cherubini, sostengono forme architettoniche, o sostituiscono parti di membrature, come le ali degli angeli che incorniciano ad arco la statua di san Carlo, posta nella nicchia centrale (e realizzata da Antonio Raggi fra il 1675 e il 1680).

Francesco Borromini, San Carlo alle Quattro Fontane, facciata, 1664-80.

Una preziosa testimonianza

Juan de San Bonaventura, procuratore generale dell’Ordine trinitario, scrisse, nella seconda metà del XVII secolo, una lunga relazione sulla chiesa di San Carlo, il cosiddetto Libro della Fabrica. Si tratta di una vera e propria cronaca dei lavori che si rivela essere una fonte interessantissima, giacché rende testimonianza del metodo di lavoro di Borromini e anche dell’impressione suscitata dalla chiesa negli stessi anni della sua realizzazione. È infatti Fra’ Juan che tratteggia Borromini come un direttore dei lavori pignolissimo e perfino asfissiante: «quel lavoro che doveva portare molte giornate le fa venire così facili anco che sia difficilissimo […] perché detto sig. Francesco, lui medesimo governa al muratori la cuciara, driza el stuchator il cuciarino, al falegname la sega, et ‘l scalpello al scarpellino, al matonator la martinella et al ferraro la lima».

L’architetto, insomma, stava così addosso ai suoi operai che sembrava quasi voler guidare la loro mano mentre questi lavoravano con i propri strumenti, come il cucchiaio (la “cuciara”) o il cucchiaino (il “cuciarino”), ossia quelle piccole cazzuole usate da muratori e stuccatori per i lavori minuti o di rifinitura. Era, s’intende, un paradosso, che tuttavia ben descrive il carattere ansioso e nevrotico di Borromini. Certo, non dobbiamo sottovalutare le difficoltà incontrate dall’architetto nel realizzare una fabbrica così nuova e originale, così lontana dai modelli classici, così ricca di soluzioni costruttive inedite. Tali difficoltà certamente gli richiesero non solo una presenza costante sul cantiere ma una continua consulenza agli operai, laddove certe informazioni non si potevano trasmettere solamente con dei disegni.

Francesco Borromini, San Carlo alle Quattro Fontane, particolare della facciata, 1664-80.

Il successo dell’opera

Alla fine, l’eccezionalità dei risultati non sfuggì ai contemporanei, i quali accorsero da tutta Europa per ammirare la vibrante plasticità di quello spazio architettonico. Fra’ Juan riferisce di «quelli forastieri che nelli suoi paesi lontani come Alemania [Germania], Fiandra, Francia, Spagna, Italia et anco della India, hanno sentito dire della vaghezza, bellezza, et architettura di questa Chiesa: ogni giorno vediamo gente di queste nationi intrare in questa chiesa, mosse a vederla dalla fama et rumor che arrivò a li lor paesi, et quando stanno in Chiesa altro non fanno che guardar allo alto et voltarsi per tutta la chiesa, per che tutte le cosse d’essa sono in tal modo disposte che una chiama alla altra». Qui, Fra’ Juan mette bene in evidenza la grande novità dell’architettura borrominiana: la continuità plastica delle membrature, per cui da una si passa all’altra senza interruzione.

Francesco Borromini, San Carlo alle Quattro Fontane, particolare della facciata, 1664-80.
Francesco Borromini, San Carlo alle Quattro Fontane, particolare della facciata, 1664-80.


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