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Il seminatore e L’Angelus di Millet
Un devoto omaggio al lavoro agreste.
Autore: Giuseppe Nifosì Pubblicato in Realismo ed Impressionismo – Data: Febbraio 28, 2020 2 commenti 5 minuti
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Jean-François Millet (1814-1875) nacque in un piccolo villaggio sulla riva del mare di Normandia, da una famiglia agiata di contadini, piccoli proprietari terrieri. Ricevette una buona istruzione, imparò il latino, si appassionò alla grande letteratura. A 23 anni scelse di dedicarsi alla pittura e per questo motivo andò a Parigi, dove studiò presso l’Accademia di Belle Arti. Debuttò come ritrattista, indirizzandosi poi verso il Realismo. Nel 1849 si stabilì a Barbizon, dove avrebbe vissuto per tutta la vita costruendosi una tradizionale e numerosa famiglia (ebbe nove figli). In questo villaggio, non lontano da Parigi, già vivevano altri pittori che avevano costituito, a partire dagli anni Trenta, la cosiddetta Scuola di Barbizon. Essi erano, tuttavia, interessati, quasi unicamente, alla pittura di paesaggio: Millet scelse, invece, di dedicarsi alla rappresentazione della vita quotidiana dei contadini. Il seminatore e L’Angelus di Millet

Il seminatore

Il quadro che segnò la sua svolta artistica fu Il seminatore, del 1850. L’opera, esposta al Salon di quello stesso anno, provocò le vivacissime polemiche dei conservatori ma riscosse un autentico successo presso i critici più attenti alla questione sociale.

Jean-François Millet, Il seminatore, 1850, Olio su tela, 101,6 x 82,6 cm. Boston, Museum of Fine Arts.

La tela è dominata dall’imponente figura di un contadino intento a seminare un campo di grano, con un gesto largo e solenne, alla debole luce del tramonto. Millet conferì grandissima importanza ai gesti dei suoi contadini, ossia vangare, zappare, seminare, raccogliere e setacciare il grano. Riconosceva qualcosa di eterno e di grande nelle loro azioni, che sono sempre le stesse dall’origine dell’umanità. A destra, in lontananza, s’intravede un altro uomo che guida un carro trainato da buoi.

Si tratta di un soggetto semplice, che illustra un momento fondamentale della vita agreste. Tuttavia, l’intento dell’artista andò oltre la celebrazione veristica e sociale di un lavoratore dei campi. Di quest’opera, infatti, non sfugge un possibile significato simbolico e spirituale: seminatore è colui che agisce per creare nuova vita, nuovo cibo, è una figura positiva dell’uomo attivo che costruisce il bene. D’altro canto, non si può nemmeno escludere un riferimento diretto al seminatore di cui parla una parabola evangelica, che paragona il contadino a Dio che getta sulla terra il seme della salvezza. Così l’opera fu interpretata, qualche decennio dopo, da Vincent Van Gogh, che la ripropose in una propria, memorabile versione.

Vincent Van Gogh, Il seminatore, 1888. Olio su tela, 64 x 80,5 cm. Otterlo, Museo Kröller-Müller.
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Vincent Van Gogh, Il seminatore, 1888. Olio su tela, 32 x 40 cm. Amsterdam, Museo Van Gogh.

L’Angelus

La componente religiosa è spesso presente nelle opere di Millet. Nel quadro dell’Angelus, per esempio, una coppia di contadini, marito e moglie, interrompe il proprio duro lavoro per pregare; l’angelus infatti è la preghiera rivolta alla Madonna tradizionalmente recitata al mattino, a mezzogiorno e alla sera dopo il suono delle campane.

Jean-François Millet, L’Angelus, 1858-59. Olio su tela, 55 x 66 cm. Parigi, Musée d’Orsay.

È lo stesso Millet a spiegarlo: «L’Angelus è un quadro che ho fatto pensando a quando, lavorando nei campi, mia nonna non mancava, sentendo suonare la campana, di farci fermare il lavoro per dire l’angelus per i poveri morti, molto devotamente e con il cappello in mano». Nel quadro, in effetti, i contadini sono mostrati in atteggiamento di umile devozione, in mezzo a una pianura immensa e deserta, con i visi lasciati in ombra. L’uomo si è tolto il cappello, come se fosse in chiesa: un gesto che esprime un profondo rispetto per quel momento di preghiera, pure così semplice e quotidiano; la donna congiunge le mani.

Jean-François Millet, L’Angelus, 1858-59. Particolare.
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Jean-François Millet, L’Angelus, 1858-59. Particolare.

La luce soffusa rivela a stento gesti e atteggiamenti, così come gli strumenti di lavoro, cioè il forcone, il cesto, i sacchi e la carriola, raffigurati con la coppia in primo piano. Il compito che stanno affrontando è durissimo, come chiaramente suggeriscono la vastità e l’aridità del terreno che devono lavorare da soli, senza animali, senza aratro. Tuttavia, questo sembra suggerirci l’artista, c’è qualcosa di profondamente nobile in quello che stanno facendo.

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Jean-François Millet, L’Angelus, 1858-59. Particolare.

Da sincero credente, Millet offre un’interpretazione tutta cristiana del lavoro, anche di quello più umile, che nel mondo antico era umiliante, perché riservato agli schiavi, e nell’Antico Testamento era concepito come punizione divina, mentre con il cristianesimo non è più una pena, o perlomeno non lo è prima di tutto: esso può diventare espressione di libertà e dignità.

Jean-François Millet, L’Angelus, 1858-59. Particolare.


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