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Shalechet – Le Foglie cadute di Kadishman

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Il Museo Ebraico di Berlino è il museo ebraico più grande in Europa ed è considerato, per i suoi contenuti e la sua architettura, un’eccellenza mondiale. Nel suo complesso, si compone di due edifici: il Kollegienhaus, cioè un palazzo settecentesco costruito da Philipp Gerlach (1679-1748), oggi sede del suo ingresso principale, e un’estensione progettata alla fine del XX secolo da Daniel Libeskind (1946), un architetto polacco, di origine ebraica, attivo negli Stati Uniti.

Museo Ebraico di Berlino. Veduta aerea il Kollegienhaus (sul fondo) e l’adiacente edificio di Libeskind (in primo piano).

L’edificio presenta un lungo corpo irregolare, piegato secondo una linea spezzata, simbolo di sopruso e di violenza: una linea a zig-zag ottenuta destrutturando una stella di David e che ha fatto guadagnare all’edificio l’appellativo di blitz (‘fulmine’ in tedesco). La forma anomala e aggressiva del suo capolavoro, incompatibile con gli edifici adiacenti, costituisce di per sé un atto di denuncia. Le pareti compatte, ricoperte di lamiera zincata e aperte da finestre-squarci, vere ferite dell’epidermide architettonica, sono metafora dell’orrore e sollecitano la memoria.

Daniel Libeskind, Museo Ebraico di Berlino, 1989-2001. Particolare dell’esterno.

L’interno, claustrofobico e soffocante, è simile a una prigione; gli ambienti, con i loro muri bianchi e neri, spigolosi e inclinati, grazie soprattutto alla luce fredda dei neon creano tensione e angoscia. Molte stanze sono prive di finestre: l’aria entra da fori che richiamano “le docce” con cui si mandava il gas nelle camere della morte. Anche il pavimento, che a volte è lievemente inclinato, provoca una sensazione di disagio: chi è dentro prova l’istinto di uscire immediatamente dalla struttura.

Daniel Libeskind, Museo Ebraico di Berlino, particolare dell’interno.

Secondo le intenzioni dell’architetto, visitare il museo non doveva essere un momento di svago ma un’esperienza necessariamente dolorosa. I suoi interminabili corridoi segnano un percorso di purificazione.

Daniel Libeskind, Museo Ebraico di Berlino, particolare dell’interno.

All’interno del Museo Ebraico si trova una suggestiva installazione permanente dell’artista israeliano Menashe Kadishman (1932-2015), uno scultore proveniente dalle fila della Minimal Art che ha lavorato soprattutto con il vetro e con i metalli. L’opera berlinese, intitolata Shalechet (Foglie cadute), è stata realizzata nel 1997 in uno dei Memory Void (vuoto di memoria) del museo, un ambiente lungo, stretto e poco illuminato.

Menashe Kadishman, Shalechet (Foglie cadute), 1997. Installazione, dischi di ferro. Berlino, Museo ebraico.

L’installazione consiste in 10.000 dischetti di ferro, lavorati, uno per uno, in modo da assomigliare a volti terrorizzati, distribuiti sul pavimento. L’effetto è oggettivamente angosciante.

Menashe Kadishman, Shalechet (Foglie cadute), 1997.

Il visitatore è invitato a camminarvi sopra. I passi, resi incerti dalla superficie disomogenea, provocano un rumore metallico disturbante, simile a quello di catene, amplificato dall’eco dell’ambiente vuoto.

Menashe Kadishman, Shalechet (Foglie cadute), 1997.

Ogni volto, che simboleggia quello di ognuno dei sei milioni di ebrei trucidati, morti nel silenzio dei campi di concentramento, diventa in tal modo parlante, anzi urlante.

Menashe Kadishman, Shalechet (Foglie cadute), 1997.