Stile, scuole, correnti artistiche sono parole che ricorrono continuamente nello studio della storia dell’arte, ma che spesso vengono usate in modo generico o sovrapposto. In realtà, si tratta di concetti distinti, che servono allo storico dell’arte per orientarsi nel tempo, nello spazio e tra le opere, e per comprendere come si formano e si trasmettono i linguaggi artistici. Facciamo chiarezza, distinguendo i diversi livelli in cui questa importante componente dell’arte può manifestarsi: individuale, collettivo, geografico e storico.


Il concetto di stile, considerato in senso ampio, fa soprattutto capo all’ambito letterario. Esso è infatti quel particolare modo dell’espressione letteraria in cui sono riconoscibili aspetti costanti che sono caratteristici di un’epoca, di una tradizione, di un genere letterario, di un singolo autore. Per estensione, e con analogo significato, una simile definizione può essere proposta per l’ambito artistico (oltre che musicale): esso è l’insieme dei caratteri specifici di un artista, di una scuola, di una corrente artistica.
Consiste, in altre parole, nel modo in cui gli elementi formali di un’opera d’arte vengono organizzati. Allo stesso modo, considerando gli elementi che permettono di ricondurre un oggetto o un edificio a determinati tipi estetici, possiamo parlare di stile anche nel campo dell’arredamento, dell’antiquariato, della moda, dell’architettura, della grafica, del disegno industriale.

Lo stile è riconoscibile quando l’insieme dei suoi caratteri distingue una determinata forma espressiva dalle altre. Nella storia dell’arte, la sua analisi è importante perché esso comporta quasi sempre significati specifici, capaci di definire i valori del contesto religioso, morale e sociale in cui l’opera è nata, e spesso riconduce alla cultura e talvolta anche alla psicologia dell’artista. Il riconoscimento di questo insieme di caratteri è inoltre fondamentale per determinare il luogo di provenienza e la datazione di un’opera oltre che per attribuirla al suo autore, soprattutto in assenza o con carenza di fonti e di documenti.
Gli studiosi attribuzionisti, dei veri specialisti nel settore, riescono a ricondurre un’opera anonima all’artista che l’ha realizzata (attribuzione) proprio basandosi sul linguaggio artistico che questa presenta, oltre che sui materiali e sulle tecniche esecutive. La cifra formale, infatti, riflette il gusto, il pensiero e la cultura di un’epoca ma, nel contempo, è anche personale: essa è il modo peculiare che un artista ha di trasferire la forma ad un oggetto, lavorando i materiali con una particolare tecnica. Ogni artista dotato di spiccata personalità ha un “proprio” modo di dipingere o scolpire una faccia, le mani, i piedi, i panneggi delle vesti, di costruire l’impianto spaziale, di rendere una espressione, di atteggiare le sue figure. E, dal punto di vista tecnico, di usare il pennello o lo scalpello. Lo stile è talvolta la firma di un’opera, laddove per secoli la quasi totalità delle opere non venne firmata.
Ad esempio, lo stile di Botticelli e di Michelangelo sono estremamente personali e come tali riconoscibili a colpo d’occhio, anche da chi non è particolarmente esperto. Lo stile di Botticelli è caratterizzato da un disegno lineare elegantissimo, da figure idealizzate e sospese, da un ritmo poetico più mentale che naturale, in cui il movimento e l’espressione prevalgono sul realismo anatomico e spaziale. Al contrario, lo stile pittorico di Michelangelo è caratterizzato da un disegno potentissimo, da figure monumentali e muscolari, cariche di tensione plastica ed espressiva, in cui il corpo umano diventa il principale veicolo di significato spirituale e drammatico.

Oltre ad essere un segno personale, lo stile può essere emblematico e come tale identificativo di una scuola o di una corrente artistica. Con il termine “scuola” si usa indicare gli allievi di un grande maestro o quei gruppi di artisti che aderiscono a un comune indirizzo. Parlando di “scuola di Policleto”, o di Fidia o di Lisippo, se pensiamo al mondo antico, o di Giotto o di Raffaello o di Caravaggio, per citare esempi più recenti, si fa riferimento a tutti quei pittori e scultori che o sono stati allievi o collaboratori di questi maestri, rimanendone influenzati, oppure che, pur non avendo frequentato i grandi artisti, li hanno ammirati al punto da decidere di imitarne lo stile e seguirne gli insegnamenti (e in questo caso si chiamano seguaci). Lo scultore greco Naukydes, per esempio, ripropose i modelli del suo maestro Policleto attenendosi ai principi del canone proporzionale e all’equilibrio tra staticità e movimento, rielaborandoli in forme più composte e misurate, ma coerenti con la tradizione policletea.


Quando un grande artista ha “fatto scuola” è detto caposcuola: ha infatti inventato o elaborato un linguaggio artistico che è subito diventato modello. A volte, pittori e scultori che hanno lavorato “alla maniera di” o “secondo lo stile di” sono stati talmente fedeli ai modelli originari che gli storici hanno fatto fatica a individuare le opere autografe dei maestri, distinguendole dalle copie o dalle varianti. Raffaello, negli anni in cui lavorò con Perugino, fu talmente “peruginesco” che si fa fatica a distinguere le opere dell’all’evo da quelle del maestro.
Raffaello imitò Perugino soprattutto nell’impostazione armonica delle composizioni, nella chiarezza spaziale fondata sulla prospettiva e nel tono sereno e misurato delle figure, prima di superarne gradualmente il linguaggio. E secoli prima, Duccio, collaboratore di bottega di Cimabue, si attenne a certi schemi figurativi, al punto che gli studiosi per un qualche tempo attribuirono le sue Madonne al capobottega.Duccio imitò Cimabue nell’impostazione monumentale delle figure, nell’uso del fondo oro e nella solennità iconica di ascendenza bizantina, che rielaborò poi in senso più lirico e narrativo.




In alcuni casi, l’influenza esercitata da un grande artista è stata così profonda e duratura da andare ben oltre la cerchia degli allievi diretti e della bottega, dando origine a fenomeni di più ampia diffusione. L’imitazione del suo stile ha coinvolto artisti attivi in aree geografiche diverse e in momenti successivi, fino a configurarsi come un vero e proprio orientamento condiviso. In questi casi, la storiografia parla di movimenti ispirati a un maestro, come il Giottismo, che caratterizza larga parte della pittura italiana tra XIV e XV secolo, o il Caravaggismo, che si afferma nei primi anni del Seicento con una diffusione nazionale e internazionale.
Si tratta di fenomeni complessi, nei quali lo stile del maestro viene assimilato, reinterpretato e declinato in modi diversi, più che semplicemente copiato.Per fare solo due esempi, Orazio Gentileschi e Bartolomeo Manfredi, entrambi pittori caravaggisti, imitarono Caravaggio soprattutto nell’uso del chiaroscuro drammatico, nel naturalismo diretto dei modelli e nella resa realistica delle scene, pur declinandone lo stile rispettivamente in senso più elegante e lirico (Gentileschi) e più crudo e narrativo (Manfredi).


Il termine di scuola si identifica con quello di “bottega”, in riferimento all’ambito non solo classico ma anche medievale, rinascimentale e barocco. Un’opera è “di bottega” quando, essendo uscita dalla bottega di un certo artista, per esempio Fidia o Lisippo per il mondo antico o Giotto per il Medioevo, essa presenta uno stile riconoscibile. Lo stile di un gruppo di artisti che lavorano in una stessa bottega è infatti normalmente omogeneo. D’altro canto, spesso erano diversi gli artisti che lavoravano contemporaneamente a un dipinto o a una scultura, sotto la direttiva stilistica unitaria del capobottega: era ben difficile che questi consentisse di far emergere in una sola opera e con chiarezza le diverse mani dei suoi collaboratori. Il capobottega, infatti, richiedeva a chi lavorava per lui o con lui di adeguarsi al suo stile.
Non mancarono le eccezioni. Verrocchio fece completare un proprio dipinto al giovane Leonardo, consentendogli di esprimersi con il proprio stile. Ne consegue che la parte realizzata dal geniale allievo è immediatamente riconoscibile. Nel Battesimo di Cristo, infatti, Leonardo dipinse l’angelo inginocchiato a sinistra e parte del paesaggio, distinguendosi da Verrocchio per la maggiore morbidezza del modellato, la delicatezza luminosa e l’attenzione naturalistica che superano la più rigida definizione formale del maestro.

Il concetto di scuola può però estendersi oltre i confini della singola bottega, riferendosi a una città (nell’antica Grecia si identifica la “scuola di Corinto”, nel XIII e XIV secolo una “scuola fiorentina”, una “scuola senese” e una “scuola romana”), ad una regione (si parla di “scuola attica” nel mondo greco, di “scuola bolognese”, “scuola lombarda”, “scuola veneta” nel Cinque e Seicento) e perfino ad una nazione (scuola francese, scuola olandese).
Questo perché la pittura, per dire, prodotta a Firenze alla fine del Duecento ha, in generale, caratteri specifici che la distinguono da quella romana contemporanea. Le due scuole si confrontarono nella Basilica di San Francesco ad Assisi, dove i fiorentini mostrarono un linguaggio ancora fortemente cimabuesco e bizantineggiante, mentre i romani si distinsero per un più deciso naturalismo, preparando il fondamentale contributo di Giotto.

Lo stile è insomma il segno di un artista, di una scuola, di una bottega, di una città in un certo periodo. Può tuttavia configurarsi come specifico di artisti o di gruppi di artisti che, pur lavorando anche in centri distanti, mostrano intenti di poetica affini e comuni orientamenti di gusto; artisti che, insomma, fanno parte della stessa corrente artistica (o movimento artistico). Pensiamo solo all’Impressionismo nell’Ottocento o all’Espressionismo o al Futurismo nel Novecento. Nelle opere di tali artisti, al netto delle singole differenze, si possono riscontrare elementi stilistici comuni.
Lo stile impressionista, infatti, è caratterizzato da pennellate rapide e frammentate, dall’uso della luce e del colore per cogliere l’impressione visiva dell’istante, e dall’abbandono del disegno rigoroso a favore della percezione immediata della realtà. Lo verifichiamo in Monet. Lostile espressionista, al contrario, è caratterizzato dalla deformazione accentuata delle forme, dall’uso soggettivo e spesso violento del colore e da una resa emotiva intensa, tutti elementi finalizzati a esprimere stati interiori e tensioni psicologiche piuttosto che la realtà visibile. Lo dimostrano i quadri di Kirchner.


Infine, si può identificare lo stile di un complessivo periodo storico, soprattutto quando alcuni elementi stilistici sono dominanti e quindi riscontrabili nelle opere di molti maestri, nell’ambito di determinate civiltà artistiche: è quindi lecito parlare di “stile egiziano”, “stile classico”, “stile bizantino”, “stile gotico”, “stile rinascimentale”, “stile barocco” e così via. Queste grandi categorie stilistiche hanno dato origine alla convenzionale suddivisione cronologica della storia dell’arte.
Lo stile bizantino, per esempio, è caratterizzato da figure frontalizzate e solenni, da un forte valore simbolico e spirituale dell’immagine, dall’uso del fondo oro e da una resa astratta dello spazio e del corpo, finalizzata a esprimere il sacro più che la realtà naturale. Lo verifichiamo nei mosaici della Chiesa di San Vitale a Ravenna. Comprendere questi diversi livelli di stile è fondamentale per leggere le opere d’arte non come oggetti isolati, ma come espressioni di una storia complessa di relazioni, influenze e scelte consapevoli.
