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La Strage degli innocenti di Guido Reni
Raccontare una tragedia ricercando l’ideale morale.
Autore: Giuseppe Nifosì Pubblicato in Il Seicento – Data: Maggio 2, 2021 3 commenti 7 minuti
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La Strage degli innocenti è una magnifica tela realizzata dal pittore bolognese Guido Reni (1575-1642), uno dei più autorevoli esponenti del Classicismo seicentesco. Il quadro venne dipinto intorno al 1611, per la Cappella Berò della Chiesa di San Domenico a Bologna. La scena illustra, con i toni di una tragedia antica, una drammatica pagina del Nuovo Testamento.

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Narra infatti il Vangelo secondo Matteo che Erode, nel tentativo di assassinare Gesù, futuro Re dei Giudei, «fece uccidere tutti i bambini di Betlemme e dei dintorni, dai due anni in giù. Allora si realizzò quel che Dio aveva detto per mezzo del profeta Geremia: “Una voce si è sentita nella regione di Rama, pianti e lunghi lamenti. Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché essi non ci sono più”» (Mt., 2, 16-18). Oggi l’opera è conservata presso la Pinacoteca di Bologna.

Guido Reni, Strage degli innocenti, 1611 ca. Olio su tela, 268 x 170 cm. Bologna, Pinacoteca Nazionale.

Le madri e i figli

Protagonisti del capolavoro di Reni sono sei madri disperate e due soldati armati di pugnali, uno ritratto di spalle e uno chinato verso le donne, che stanno massacrando i poveri bambini. Una madre, al centro, prova a fermare un soldato con la mano; un’altra, in ginocchio in primo piano, prega invocando Dio. Una prova a scappare verso sinistra, trattenuta per i capelli da un sicario; un’altra corre verso destra con il figlio in braccio: la sua figura è chiaramente ispirata alla Niobe Chiaramonti dei Musei Vaticani.

Guido Reni, Strage degli innocenti, 1611 ca. Particolare di una madre che fugge.
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Niobe Chiaramonti, copia romana di un originale greco del II sec. a.C. Marmo, altezza 176 cm. Roma, Città del Vaticano, Musei Vaticani, Museo Gregoriano Profano.

Due bimbi giacciono morti in primo piano, come addormentati; due piccoli angeli, in cielo, attendono di distribuire le palme, simboli del martirio. Come si vede, Reni non ha indugiato sui particolari più cruenti: i corpicini sono praticamente intatti e solo per terra si possono scorgere alcune deboli macchie di sangue rosato. Le ferite al collo dei bambini si scoprono solo a una distanza molto ravvicinata.

Guido Reni, Strage degli innocenti, 1611 ca. Particolare dei bambini uccisi.

La città di Betlemme è ricostruita con fantasia, attraverso alcune architetture classiche che si innalzano, con le loro grandi arcate, sul fondo a destra e richiamano le quinte di un palcoscenico teatrale; a sinistra, invece, si distendono le possenti mura della città.

Un perfetto equilibrio compositivo

Le figure sono tutte concentrate in primo piano, e questo per coinvolgere maggiormente l’emotività dell’osservatore. Tuttavia, da grande classicista qual era, Reni sceglie di controllare il caos concitato dell’eccidio attraverso una composizione perfettamente studiata. Madri e sicari si distribuiscono attorno allo schema generatore costituito da un doppio triangolo: uno poggiato su un vertice, e formato dal vuoto entro le figure delle due madri in fuga, l’altro, che sembra incunearsi verso il fondo, composto dalle tre donne al centro.

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Il pugnale di uno dei carnefici, isolato proprio al centro della scena, diventa simbolo dell’intera vicenda narrata. Si coglie un perfetto equilibrio di masse, una dosata corrispondenza di gesti: il braccio armato del soldato di sinistra prosegue idealmente in quello, teso indietro, dell’uomo a destra; il braccio implorante della donna al centro è parallelo a quello sinistro dell’uomo sopra di lei. La scena in primo piano si proietta sullo sfondo, dove minuscole figurette si agitano sotto l’arcata del grande edificio classicheggiante.

Guido Reni, Strage degli innocenti, 1611 ca. Particolare del gruppo in primo piano.

Il confronto con Caravaggio

Le madri scappano, i sicari le inseguono: eppure, nessuno sembra veramente correre. Reni dimostra di aver ben compreso la lezione degli scultori antichi e di Raffaello: l’azione resta come sospesa, bloccata «esattamente nel punto in cui niente avviene» (C.Garboli).

In questo, la prova di Reni sembra prendere nettamente le distanze da certe coeve soluzioni della pittura di Caravaggio, come, per esempio, il Martirio di San Matteo della Contarelli, dove l’orrore dell’omicidio si tramuta in esplosione di forze centrifughe.

Caravaggio, Martirio di San Matteo, 1599-1600. Olio su tela, 3,23 x 3,43 m. Roma, Chiesa di San Luigi dei Francesi, Cappella Contarelli.

Piuttosto, occasione di riflessione per l’artista bolognese, che molto ammirava il collega lombardo, potrebbero essere state certe scene caravaggesche “senza azione”, vedi la Conversione di San Paolo della Cerasi, dove tutto resta sospeso, dove l’evento si congela, la storia di ferma.

Caravaggio, Conversione di San Paolo, 1603-4. Olio su tela, 2,30 x 1,75 m. Roma, Santa Maria del Popolo, Cappella Cerasi.

Una espressività contenuta

Nella sua Strage degli innocenti, Reni sceglie di contenere l’espressione del pàthos in una gestualità eroica e decorosa e nella profonda dignità con cui si manifesta l’intimità dolente delle donne.

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I volti delle madri sono infatti maschere tragiche che esprimono una variegata gamma di sentimenti: orrore quello della donna a sinistra, paura quello della madre a destra, stupore quello della giovane inginocchiata a sinistra, dolore raggelato quello della ragazza accovacciata a destra, che si torce le mani raccolte nel grembo e alza gli occhi al cielo. I sicari, dai fisici statuari, assumono pose plastiche che richiamano la scultura greca.

Guido Reni, Strage degli innocenti, 1611 ca. Particolare del volto di una madre.

L’ideale morale

Tutti questi personaggi sembrano recitare a teatro, ma recitare (e vivere) secondo Reni non vuol dire fingere, bensì controllare e vincere sentimenti e passioni, così come gli antichi ci hanno insegnato con il loro esempio. «L’ideale che [Reni] cerca – ha scritto il grande storico dell’arte Giulio Carlo Argan – non è il bello di natura, ma un bello morale: un modo ideale di comportamento umano. […] La realtà è passione, l’ideale è dovere: la questione si traspone così sul piano morale.

Guido Reni, Strage degli innocenti, 1611 ca. Particolare del volto di una madre.

[…] La passione contenuta, moralmente controllata è il sentimento: il Reni è il pittore del sentimento morale, a lui la società eletta del secolo deve gran parte della sua educazione dei sentimenti». L’ideale di Reni, insomma, è sempre stato quello della moderazione. Chiosa Ernst Gombrich, un altro grande storico dell’arte novecentesco: Reni è stato uno di quei pittori che «hanno aperto uno spiraglio su un mondo di purezza e bellezza senza il quale saremmo assai più poveri».

Guido Reni, Strage degli innocenti, 1611 ca. Particolare del volto di una madre.

L’influenza su Picasso

La bellezza classica della Strage degli innocenti di Guido Reni è senza tempo, non è soggetta alle mode, non risente dei cambiamenti di gusto. Lo dimostra l’influenza profonda che questo dipinto ebbe, secoli dopo, su un pittore come Pablo Picasso (1881-1973), il creatore del Cubismo, che nel suo capolavoro Guernica si ricordò bene della scena di strage orchestrata da Reni secoli prima.

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Riproponendo le diagonali sghembe della composizione del Reni, le pose allungate dei personaggi, l’urlo dilatato della madre che piange il figlio ucciso, Picasso seppe rendere il terrore della morte e l’insensatezza della violenza con la stessa, controllata carica emotiva e con il medesimo valore universale del grande capolavoro seicentesco.

Pablo Picasso, Guernica, 1937. Tempera su tela, 3,51 x 7,82 m. Madrid, Centro de Arte Reina Sofia


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  1. Il suo commento è all’altezza della composizione armonica del dipinto su cui nulla si può dire se non ammirarlo in silenzio. Si odono i gridi delle madri sgomente. Vi è uan forza emotiva che non trasuda ma soffia come un vento.
    Grazie.

    P.S : potrebbe darmi notizie del dipinto L’Aurora in cui, tra le figure, compaiono Sibilla e Pierina, bruciate come streghe nella Milano del 1384 ?

  2. Allora si compì ciò che era stato detto per mezzo del profeta Geremìa:

    «Un grido è stato udito in Rama,
    un pianto e un lamento grande:
    Rachele piange i suoi figli
    e non vuole essere consolata,
    perché non sono più “(Matteo 2:13-18)

    I volti devastati delle madri colpite a morte, è mirabilmente espresso da questo immenso artista che ha lasciato un’impronta indelebile del suo passaggio in questo “atomo opaco di male”.

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