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La tempesta di Giorgione
Un prodigioso capolavoro del Rinascimento veneto.
By Giuseppe Nifosì Posted in L’età rinascimentale: il Quattrocento on Maggio 22, 2019 0 Comments 4 min read
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La tempesta è uno degli indiscussi capolavori del Rinascimento veneto. Fu dipinta da Giorgione (1477-1510), probabilmente su commissione dal nobile veneziano Gabriele Vendramin per la sua collezione privata. L’opera è universalmente riconosciuta come la migliore prova dell’artista. Dal 1932, è conservata presso le Gallerie dell’Accademia di Venezia.

Giorgione, La tempesta, 1506-8. Olio su tela, 82 x 73 cm. Venezia, Gallerie dell’Accademia.
Un misterioso soggetto

Il quadro ha per protagonista un paesaggio fluviale, per l’esattezza uno scorcio di campagna veneta raffigurato in un tardo pomeriggio estivo, prima dell’arrivo di un temporale. Sullo sfondo si distende un ridente paesino, improvvisamente illuminato da un fulmine.

Giorgione, La tempesta, 1506-8. Particolare con il paese sullo sfondo.

In primo piano, a sinistra, si scorge la figura di un giovane e baldanzoso soldato, che bilancia quella più rassicurante, a destra, di una donna seminuda che allatta.

Giorgione, La tempesta, 1506-8. Particolare con il soldato.
Giorgione, La tempesta, 1506-8. Particolare con la donna che allatta.

I due personaggi non dialogano fra di loro, non si relazionano, non sembrano neppure conoscersi. Non vi è certezza che l’uomo sia il padre del bambino e che stia vigilando sulla sua famiglia. La donna, d’altro canto, appare inquieta e preoccupata: volge lo sguardo verso l’osservatore come se temesse per sé stessa e per il piccolo. Questa incongruità è capace di comunicare una misteriosa tensione.

Possibili significati

La tempesta è stata nel tempo oggetto delle più disparate decodificazioni. Nel 1530, il collezionista e letterato Marcantonio Michiel (1484-1552) descrisse l’opera come un dipinto privo di soggetto apparente, ossia semplicemente come «el paesetto in tela cum la tempesta cum la cingana et soldato», ossia come un paesino, una zingara e un soldato sotto la tempesta, che è quanto si vede. Sino ad oggi, nessun altro tentativo di interpretazione è risultato veramente convincente. La donna è stata identificata, da alcuni studiosi, con la “Madre”, simbolo della funzione nutritiva della natura, mentre l’uomo sarebbe il principio maschile che feconda la terra. Le colonne spezzate alluderebbero, invece, alla ineluttabilità della morte.

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Giorgione, La tempesta, 1506-8. Particolare con le colonne spezzate.

Altri storici hanno voluto riconoscere nelle tre figure Adamo, Eva e il loro primogenito Caino fuori dal Paradiso terrestre, mentre il fulmine sarebbe l’eco dell’ira divina. Una recente analisi ai raggi x ha però dimostrato che sotto il soldato si trova un’altra figura di donna nuda, in seguito cancellata dall’artista. Ciò confermerebbe che il pittore sviluppava i contenuti delle sue opere nel momento stesso in cui li dipingeva, in assenza cioè di un tema stabilito a priori in tutti i suoi dettagli. Giorgione sostituì la seconda donna con un soldato, cambiando così radicalmente il contenuto del quadro, perché quel nudo femminile non lo interessava in quanto soggetto ma come pura immagine, rimpiazzata poi con un’altra più efficace. Così, nella Tempesta di Giorgione uomo e donna sarebbero solamente due presenze immerse nella natura. D’altro canto, sono anche essenziali al quadro, che altrimenti si ridurrebbe a una semplice, per quanto suggestiva, veduta di paese sotto la pioggia.

Giorgione, La tempesta, 1506-8. Particolare con un caseggiato.
La pittura tonale

La tempesta è straordinariamente innovativa per l’uso del colore. L’impasto cromatico crea una tessitura continua dove ogni tono appare imbevuto di luce; l’integrità delle forme ne risulta come sfaldata, le immagini appaiono mutevoli e vive. Lo spazio, liberato dai vincoli matematici della costruzione prospettica, è veramente naturale e lo sguardo può perdersi verso il suo orizzonte, illuminato dal bagliore del lampo, condividendo la malinconia della natura. Proprio dalla contemplazione dello spettacolo naturale, percepito nei suoi valori atmosferici di luce e colore, nacque quel sentimento della bellezza tipico della pittura di Giorgione. Questo pittore iniziò a dipingere senza l’uso del disegno, sfumando dolcemente i contorni: per questo, la sua pittura è definita “tonale” o “atmosferica”.

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Giorgione, La tempesta, 1506-8. Particolare con un albero.

La pittura tonale aveva preso le mosse già sul finire del XV secolo, per iniziativa di Giovanni Bellini, che di Giorgione e Tiziano era stato, probabilmente, il maestro. Sviluppando il suo insegnamento, i pittori veneti del Cinquecento abbandonarono la linea di contorno delle figure e basarono le variazioni d’intensità del colore su quelle della luce. Nei loro dipinti, le figure, gli oggetti, gli elementi della natura sono costituiti da zone di colore armoniche o contrastanti, accostate fra loro come in un tessuto o in un tappeto. Lo sfumato è delicatissimo, i colori tenui passano dall’uno all’altro senza intercorrere nell’interruzione di una linea.

Giorgione, La tempesta, 1506-8. Particolare con il fulmine.
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