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Il tradimento delle immagini e La condizione umana: da Magritte a Foucault e Shopenhauer
L’arte misteriosa di un pittore-filosofo.
Autore: Giuseppe Nifosì Pubblicato in Il primo Novecento – Data: Giugno 5, 2021 1 commento 11 minuti
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René Magritte (1898-1967), pittore belga, è stato uno dei più autorevoli esponenti del Surrealismo. Nel corso della sua fortunata carriera, ha sviluppato una poetica basata sui paradossi, cioè sull’accostamento di realtà il più possibile lontane l’una dall’altra, violando le leggi dell’ordine naturale e sociale. Il tradimento delle immagini e La condizione umana.

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Ha creato situazioni impossibili e allo stesso tempo reali e tangibili, bizzarre ma in qualche modo familiari, rese persino “normali” dalla loro magica e poetica assurdità. Con la sua tecnica pittorica fotografica, realizzando atmosfere rarefatte (non aliene dalle esperienze metafisiche di de Chirico), Magritte ha riprodotto le incongruenze di un mondo parallelo, scomposto e ricomposto secondo moduli allucinati.

René Magritte, Nostalgia del proprio paese, 1940. Olio su tela, 100 x 80 cm. Collezione privata.

L’arte di Magritte è fantasiosa, bizzarra, spesso divertente e perfino amabile: certo non è banale, perché sostenuta da presupposti teorici molto puntuali. Le sue immagini spiazzano, non corrispondono alla logica comune, contraddicono ogni aspettativa, e nel fare questo invitano anche a riflettere: soprattutto, mettono in guardia dall’inganno dell’arte, che non è la vita (già di per sé misteriosa) ma solo una sua rappresentazione, soggettiva, opinabile, spesso illusoria. D’altro canto, è tale anche la visione individuale del mondo e dunque la condizione umana. Il tradimento delle immagini e La condizione umana.

René Magritte, La firma in bianco, 1965. Olio su tela, 81 x 65 cm. Washington, National Gallery of Art.

Magritte ha sempre voluto mettere in crisi, dipingendo, le certezze del linguaggio e del pensiero. La sua poetica non è stata tanto mirata all’indagine dell’animo umano quanto piuttosto orientata all’evocazione del mistero e dell’irrazionalità che dominano l’universo. Le sue immagini sono tutt’altro che frutto dell’automatismo psichico surrealista ma ci risultano come il risultato di un rigoroso e attento lavoro metodologico, con il quale l’artista ha scrutato il mondo e giudicato l’esistenza. In questo, egli è stato oggettivamente più vicino a de Chirico (il suo vero ispiratore) che a Dalì.

René Magritte, Tentando l’impossibile, 1928. Olio su tela, 105,6 x 81 cm. Bruxelles, Galerie Isy Brachot.

Il tradimento delle immagini

Consideriamo due opere in questo senso molto significative. Il tradimento delle immagini, dipinto da Magritte nel 1928-29 (e riproposto più volte, nell’arco della sua vita, fino al 1966), rappresenta una gigantesca pipa, raffigurata da sola contro uno sfondo uniforme. In basso leggiamo Ceci n’est pas une pipe (dal francese, ‘Questa non è una pipa’), una frase che a un primo impatto sembra completamente assurda. In effetti, è vero che quella non è una pipa “reale”: è solo la sua immagine. Il vero tema affrontato da Magritte in quest’opera non è, insomma, quello dell’illusionismo pittorico, della rappresentazione della realtà, ma quello della natura stessa dell’arte e dei suoi fondamenti logici e linguistici. Il tradimento delle immagini e La condizione umana.

René Magritte, Il tradimento delle immagini (Questa non è una pipa), 1928-29. Olio su tela, 58,5 x 94 cm. Los Angeles, County Museum of Art.

Lo chiarisce bene l’artista medesimo: «La famosa pipa… Me l’hanno tanto rimproverata! E tuttavia… la si può forse caricare, la mia pipa? No, vero, non è altro che un’immagine. Dunque, se avessi scritto sotto il mio quadro: “Questa è una pipa”, avrei mentito!». La pittura non ha nulla a che fare con la realtà, osservava Magritte, ma solo con il pensiero. Le immagini tradiscono: lo enuncia il titolo stesso del quadro. Un assunto che avrebbe fatto molti proseliti, soprattutto tra gli esponenti della cosiddetta Arte Concettuale degli anni Settanta.

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Lo sviluppo di un tema

Nella serie delle pipe, l’ultimo dipinto, intitolato I due misteri, sembra chiarire definitivamente l’intento dell’artista: ritroviamo il medesimo oggetto, lo stesso enunciato scritto con uguale calligrafia. A differenza che nelle opere precedenti, però, qui vediamo rappresentate ben due pipe: una è sospesa a mezz’aria, fluttuante nello spazio come il prototipo del 1928; l’altra è dipinta su una lavagna incorniciata e posta su un cavalletto da pittore. Davvero il gioco del confronto fra realtà e finzione è qui reso manifesto tanto da diventare perfino spiazzante. Il tradimento delle immagini e La condizione umana.

René Magritte, I due misteri, 1966. Olio su tela, 65 x 80 cm. Bruxelles-Parigi, Galerie Isy Brachot.

Anche in altri suoi dipinti, Magritte fece dialogare figure e parole all’interno di una cornice: ad esempio ne L’interpretazione dei sogni, del 1927, opera dal titolo fortemente freudiano, dove, peraltro, le scritte non sono corrispondenti alle immagini che dovrebbero descrivere, con effetto disorientante. Il temperino, per esempio, diventa “uccello” (l’oiseau). Scrisse il poeta e saggista Marcel Mariën, nel 1943: «Magritte ha cambiato l’uso della pittura. Qui non è più una questione di mera visione, sensibilità o qualsiasi altra spiegazione normalmente usata nel mondo dell’arte». Il suo lavoro «priva le parole del loro potere di spiegare». Il tradimento delle immagini e La condizione umana.

René Magritte, L’interpretazione dei sogni (La Clef des songes), 1927. Olio su tela, 37,9 × 54,9 cm. Chicago, Art Institute.

L’incontro con Foucault

Il carattere filosofico della ricerca magrittiana è insomma palese. Non a caso, l’opera di Magritte attirò l’attenzione del filosofo francese Michel Foucault (1926-1984), un pensatore che ha contribuito in modo significativo all’analisi delle possibilità dei saperi, in particolare delle scienze umane (quelle discipline specialistiche, come la sociologia, la psicologia, l’antropologia, che tentano di conoscere scientificamente l’uomo), negando che esista un unico sapere universale.

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Foucault studiò anche il linguaggio, concludendo che esso è una dimensione antropologica che l’individuo, fino in fondo, non domina. Il filosofo dedicò uno studio mirato al linguaggio di Magritte. Infatti, pubblicò, nel 1973, Questa non è una pipa (un breve saggio che trae il titolo dal celebre dipinto), in cui giudicò il quadro come una sorta di rebus che pone un problema e, in generale, tutta la pittura di Magritte come un lavoro teso alla formulazione di riflessioni rese visibili tramite le immagini.

René Magritte, Il tradimento delle immagini (Questa non è una pipa), 1948. Olio su tela, 60 x 81 cm.

Scrive il filosofo: «Paragonato alla tradizionale funzione della didascalia, il testo di Magritte è doppiamente paradossale. Si propone di nominare ciò che, evidentemente, non ha bisogno di esserlo (la forma è troppo nota, il nome troppo familiare). Ed ecco che nel momento in cui dovrebbe dare un nome, lo dà negando che sia tale». Anche l’artista fu d’altro canto esplicito nel dichiarare che utilizzava la pittura per esprimere il proprio pensiero: «Dipingo l’aldilà delle mie idee, attraverso immagini».

Egli si definì «un pensatore per immagini». «Non dipingo: utilizzo oggetti che hanno l’apparenza di quadri, perché il caso ha fatto sì che questa forma di espressione convenisse ai miei sensi». Sappiamo che l’apprezzamento tra Magritte e Foucault fu reciproco; il pittore aveva studiato a fondo un precedente scritto del filosofo, Les mots et les choses (Le parole e le cose) del 1966 e da quel momento aveva iniziato a intrattenere con lui un fruttuoso rapporto epistolare, condividendo riflessioni e considerazioni di carattere filosofico. Questa amicizia e questa comunanza di intenti confermano ulteriormente che Magritte riconobbe alla propria arte una natura intellettuale.

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La condizione umana

In un altro dei suoi più grandi capolavori, La condizione umana, del 1933 (primo di una lunga serie di variazioni sul tema), Magritte dipinse una finestra aperta contro un verde paesaggio di campagna. Osservando meglio, ci si accorge che di fronte alla finestra c’è un quadro sul cavalletto che riproduce in modo assolutamente fedele lo stesso paesaggio. Realtà e finzione si confondono. Cosa è vero e cosa non lo è? Con La condizione umana, Magritte affronta nuovamente la questione dell’impossibile corrispondenza tra immagine e realtà: «la menzogna fa parte dello statuto di ogni rappresentazione».

René Magritte, La condizione umana, 1933. Olio su tela, 100 x 81 cm. Washington D.C., National Gallery of Art.

Il dipinto, però, sottende anche un’altra questione. Si può essere sicuri che il paesaggio riprodotto dal dipinto in primo piano sia veritiero, cioè che sia proprio identico a quello che la tela nasconde? Non esiste risposta. D’altro canto, l’intento dell’artista è solo quello di privare lo spettatore delle proprie certezze, per spingerlo a riflettere sulla propria condizione. E ciò spiega il senso del titolo, che, apparentemente, non ha alcuna relazione con l’immagine. Il tradimento delle immagini e La condizione umana.

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Ma, spiega Magritte, «i titoli dei quadri non sono esplicativi e i quadri non sono illustrazioni dei titoli. La relazione fra il titolo e il quadro è poetica». In effetti, il titolo La condizione umana indica che il dipinto entra nel merito di un tema ben più complesso di quello che potrebbe suggerire a un primo sguardo superficiale: quello della nostra conoscenza del mondo esterno. Tutto ciò che vediamo è solo una rappresentazione di ciò che vogliamo vedere. Non è dunque oggettivo ma soggettivo.

René Magritte, Le passeggiate di Euclide, 1955. Olio su tela, 162,88 x 129,86 cm. Minneapolis, Minneapolis Institute of Art.

Magritte e Schopenhauer

In questo senso, è del tutto lecito rimandare l’opera di Magritte al pensiero del filosofo tedesco Arthur Schopenhauer (1788-1860) e al suo scritto più importante, Il mondo come volontà e rappresentazione del 1819, che certamente l’artista aveva ben presente. È infatti Schopenhauer a parlarci del velo che s’interpone tra noi e il mondo esterno e che il filosofo chiama il Velo di Maya: «È Maya, il velo ingannatore, che avvolge gli occhi dei mortali e fa loro vedere un mondo del quale non può dirsi né che esista né che non esista; perché ella [Maya] rassomiglia al sogno, rassomiglia al riflesso del sole sulla sabbia, che il pellegrino da lontano scambia per acqua; o anche rassomiglia alla corda gettata a terra che egli prende per un serpente».

La realtà, in quanto oggetto di conoscenza intellettuale di un soggetto, esiste solo come «rappresentazione». Magritte sembra ricalcare alla lettera il pensiero di Schopenhauer quando, a sua volta, afferma: «È così che noi vediamo il mondo, lo vediamo all’esterno di noi stessi e tuttavia non ne abbiamo che una rappresentazione dentro di noi». All’uomo è insomma concesso di avere solo una visione puramente soggettiva della realtà, influenzata da fattori esterni e quindi ingannevole. Il tradimento delle immagini e La condizione umana.

Oltre al fenomeno però esiste la realtà, quella vera, sulla quale l’uomo non cessa di interrogarsi. Per Schopenhauer, infatti, l’essere umano è un “animale metafisico” portato, per sua natura, a investigare sull’essenza ultima della vita. Pertanto, compito di ogni uomo è quello di andar oltre le illusioni e di squarciare il Velo di Maya. Una sollecitazione che certamente ci arriva anche da Magritte.

René Magritte, La chiave dei campi, 1936. Olio su tela, 80 x 60 cm. Madrid, Museo Nacional Thyssen-Bornemisza.

La chiave dei campi

È riconducibile alla serie de La condizione umana anche La chiave dei campi, un dipinto del 1936 che Magritte espose alla Mostra internazionale surrealista del 1938. Ritroviamo la solita finestra, incorniciata dalle due solite tende rosse, con il solito paesaggio collinare. Notiamo che il vetro inferiore è andato in frantumi e che sulle schegge è rimasta impressa l’immagine della natura. I frammenti di vetro ancora tenuti dal telaio lasciano vedere, apparentemente in trasparenza, il paesaggio retrostante: tuttavia, viene il legittimo dubbio che tali frammenti non siano affatto trasparenti ma dipinti, come quelli caduti per terra. Insomma, la tela che ne La condizione umana si sovrapponeva idealmente alla finestra, ora, ne La chiave dei campi, coincide con la finestra medesima.


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  1. Che meraviglia…. Interrogandosi su cosa sia la realtà non si scopre cosa essa sia, bensì si crea una rete di possibilità nella nostra interpretazione di essa che in casi come quello del grande Magritte apre la mente a mille nuove esperienze

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