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La Trinità di Masaccio
Un manifesto della prospettiva rinascimentale.
By Giuseppe Nifosì Posted in L’età rinascimentale: il Quattrocento on Aprile 26, 2019 0 Comments 7 min read
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Il percorso artistico del pittore Tommaso di ser Giovanni (1401-1428), detto Masaccio fu tanto breve (morì improvvisamente a soli 27 anni) quanto fulminante. La carriera di questo artista è infatti paragonabile a quella di pochissimi pittori nella storia dell’arte occidentale. Brunelleschi e Donatello compresero immediatamente l’eccezionale portata innovatrice dell’opera masaccesca, che infatti sarebbe diventata un riferimento obbligato per tutta l’arte fiorentina del Rinascimento. Secondo quanto ci riferisce Vasari, Brunelleschi (uomo dal carattere ruvido e poco incline ai sentimentalismi) rimase affranto per la scomparsa del giovane pittore; pare abbia affermato: «Noi abbiamo fatto in Masaccio una grandissima perdita». Parlava da artista e da padre putativo. Un grande storico del XX secolo, Bernard Berenson, ha dato di Masaccio una definizione che ha fatto scuola: «Giotto rinato, che ripiglia il lavoro al punto dove la morte lo fermò».

Masaccio, La Trinità, 1427. Affresco, 6,67 x 3,17 m. Firenze, Basilica di Santa Maria Novella.
La Trinità

Tra i capolavori di questo grande pittore spicca La Trinità, realizzata nel 1427, ad affresco, sulla navata sinistra della Chiesa di Santa Maria Novella a Firenze. Non conosciamo con sicurezza l’identità del committente, nonostante questi sia raffigurato con la moglie ai piedi del dipinto (si è parlato di un componente della famiglia Lenzi ma anche di Berto di Bartolomeo). Allo stesso modo, non sappiamo con certezza se Masaccio si avvalse della consulenza di un teologo. Questa ipotesi è tuttavia assai fondata, giacché il principio fondamentale della Trinità costituiva un tema di assoluta importanza per i domenicani, cui la chiesa apparteneva. La Trinità, è bene ricordarlo, è un dogma cristiano, riconosciuto dal Concilio di Nicea del 325, secondo il quale Padre (Dio), Figlio (Cristo) e Spirito Santo sono uniti in una sola realtà. Questo in base alle parole di Cristo che affermò: «Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt, 28, 19).

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Masaccio, La Trinità, 1427-28, particolare.

La complessa composizione prevede, in primo piano in basso, un altare, sostenuto da coppie di colonnette, sotto il quale è posto un sarcofago con uno scheletro. Una scritta, «io fui già quel che voi siete e quel ch’io son voi ancor sarete», allude chiaramente alla fugacità della vita e alla transitorietà delle cose terrene. Ricordiamo che, secondo un’antica tradizione, Cristo venne crocifisso sulla tomba di Adamo: questo perché, con la sua morte, volle redimere l’umanità dal peccato.

Masaccio, La Trinità, 1427-28, particolare dello scheletro.

In un secondo livello, si apre una cappella: in primo piano si trovano le due figure inginocchiate dei committenti, mentre all’interno, ai piedi della croce, vediamo Maria e Giovanni.

Masaccio, La Trinità, 1427-28, particolare dei committenti.
Masaccio, La Trinità, 1427-28, particolare con Maria e Giovanni.

Laddove il giovane apostolo congiunge le mani in preghiera, la Madonna, ammantata di blu, rivolge lo sguardo impassibile a noi spettatori e con la mano destra indica il Figlio.

Masaccio, La Trinità, 1427-28, particolare della Madonna.

Alle spalle del crocifisso, campeggia la figura di Dio Padre. Fra loro si trova lo Spirito Santo in forma di colomba che quasi avvolge, con le sue ali, il collo del Padre e pare ­scendere in picchiata sul Figlio. Leggiamo infatti nei Vangeli che «appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui» (Mt, 3, 16).

Masaccio, La Trinità, 1427-28, particolare dello Spirito Santo.

Osserviamo che tutte le figure della scena sono comprese all’interno di uno schema triangolare (il triangolo è simbolo del numero tre e quindi della Trinità stessa). Le tre figure della Trinità, cioè Padre, Figlio e Spirito Santo, sono inoltre disposte secondo un modello iconografico ancora trecentesco, chiamato “Trono di Grazia”, con Dio che regge la croce di Cristo. La figura del Padre è collocata in piedi sopra una piattaforma orizzontale e ha l’aspetto di un vecchio dalla barba bianca, secondo una nuova iconografia comparsa già nel secolo precedente. La sua espressione è severa e la sua aureola sfiora la volta della cappella, sicché egli appare gigantesco: in realtà, la sua statura è uguale a quella di Cristo.

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I colori prevalenti, ossia il rosso e l’azzurro, si dividono equamente i diversi settori della scena, alternandosi nei lacunari della volta a botte, nella veste di Dio Padre e di quelle di Maria, di Giovanni e dei committenti. Questi colori, unitamente al verde, al grigio e, ovviamente, al bianco, all’epoca erano considerati i più adatti a decorare le pareti del tempio del Signore.

Il significato teologico

Nonostante le apparenze, e come d’altro canto conferma il titolo, quest’opera di Masaccio non è una normale scena di crocifissione. Se Masaccio, nella sua Crocifissione del Polittico di Pisa, aveva affrontato il tema drammatico dell’uccisione di un innocente sotto lo sguardo disperato di amici e familiari, in questa Trinità scelse di riflettere sul significato concettuale dell’evento. Gesù, venendo sulla terra, aveva rivelato agli uomini il mistero principale della religione cristiana, affermando simultaneamente l’unità della natura di Dio e la sua distinzione in tre persone, Padre, Figlio e Spirito Santo. Un dogma, in quanto principio di fede indiscutibile, non può essere spiegato: Masaccio, attraverso il gesto esplicito della Vergine, che difatti non è addolorata, lo mostra utilizzando la concretezza delle immagini.

Masaccio, La Trinità, 1427-28, particolare del volto di Cristo.

Nell’opera possiamo inoltre riconoscere il percorso che ogni uomo deve compiere per conquistare la salvezza. La sua vita terrena e mortale (simboleggiata dallo scheletro) deve riscattarsi attraverso la preghiera (i committenti) sicché, grazie all’intercessione degli eletti (la Vergine e i Santi) egli può arrivare a Dio (la Trinità).

Un manifesto della nuova prospettiva

La Trinità di Masaccio presenta alcune novità iconografiche, la cui portata fu da subito considerata rivoluzionaria. La prima è quella dei due committenti borghesi, marito e moglie, che sono ovviamente comuni mortali, e come tali dipinti senza le aureole e con le vere fattezze dei volti, ma qui presentati con le medesime proporzioni dei personaggi sacri, dei quali condividono realisticamente lo spazio.

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La seconda è quella dello sfondo, che non è più il tradizionale fondo oro ma una grandiosa architettura dipinta. Tutti i personaggi sono infatti immaginati all’interno di una cappella, rappresentata in prospettiva come se fosse una struttura reale.

Masaccio, La Trinità, 1427-28, particolare della volta a botte.
Masaccio, La Trinità, 1427-28, particolare di una lesena con il capitello.
Masaccio, La Trinità, 1427-28, particolare di una semicolonna con il capitello.

La potenza illusionistica della volta a botte è in effetti straordinaria: ponendosi a circa quattro metri di distanza dall’affresco, si ha la percezione di una vera cappella che si affaccia sulla navata. Non a caso, Vasari commentò: «pare sia bucato quel muro». I contemporanei di Masaccio rimasero, insomma, fortemente impressionati da questo miracolo artistico, con grande soddisfazione dell’artista e anche di Brunelleschi, che di tale prospettiva matematica era stato l’inventore. A lungo fu attribuito a Filippo il disegno dell’intera parte architettonica; oggi, è stata restituita a Masaccio l’intera autografia dell’affresco. Abbiamo però motivo di pensare che Brunelleschi abbia seguito da vicino il lavoro del suo giovane amico.

Masaccio, La Trinità, schema prospettico.
Masaccio, La Trinità, 1427-28, ricostruzione della cappella, con le sue reali dimensioni se fosse stata reale.
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