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Ungaretti e l’arte della Prima guerra mondiale
Pittura, grafica e poesia raccontano la barbarie.
Autore: Giuseppe Nifosì Pubblicato in Il Novecento: gli anni Venti, Trenta e Quaranta – Data: Giugno 10, 2020 0 commenti 9 minuti
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La Prima guerra mondiale non ebbe, sul fronte prettamente artistico, la medesima attenzione che, per esempio, venne dedicata nell’Ottocento alle tre Guerre d’indipendenza, durante la stagione del Risorgimento. Ciò probabilmente accadde per causa della sua nuova, inusitata violenza che non consentì ai “pittori soldato” di lavorare sul fronte.

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Le copertine di Beltrame

Tra gli artisti di guerra attivi ai primi anni del XX secolo possiamo ricordare il milanese Lodovico Pogliaghi (1857-1950), che si arruolò e raccontò le vicende del fronte orientale italiano, e soprattutto Achille Beltrame (1871-1945). Questi fu allievo di Hayez ma soprattutto il più importante illustratore italiano del Novecento. Come pittore, realizzò centinaia di quadri a olio, acquarello, tempera e matita, molti dei quali dedicati proprio alla Grande Guerra.

Achille Beltrame, Cima di Col Bricon, 1916 ca. Olio su tavola, 63,7 x 43,5 cm. Fondazione CRTrieste.
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Achille Beltrame, Monte Pasubio, 1916 ca. Olio su tavola, 43,4 x 63,3 cm. Fondazione CRTrieste.

Fu soprattutto attraverso le sue celebri copertine e le tavole de «La Domenica del Corriere», popolarissimo settimanale italiano, che Beltrame espresse il meglio della sua arte. «Attraverso le immagini da lui create – ha affermato lo scrittore e giornalista Dino Buzzati – i grandi e più singolari avvenimenti del mondo sono arrivati pur nelle sperdute case di campagna, in cima alle solitarie valli, nelle case umili, procurando una valanga di notizie e conoscenze a intere generazioni di italiani che altrimenti è probabile non ne avrebbero saputo nulla o quasi. Un maestro dell’arte grafica, quindi, ma anche un formidabile maestro di giornalismo». Ungaretti e l’arte della Prima guerra mondiale.

Achille Beltrame, copertina de «La Domenica del Corriere»,13-20 agosto 1916.

Le sue illustrazioni degli avvenimenti bellici

Beltrame lavorò per «La Domenica del Corriere» fino al 1945, producendo 4.662 tavole con cui illustrò fatti di cronaca, sportivi e di costume, a tutto vantaggio di gran parte della popolazione analfabeta che non aveva accesso ai contenuti scritti di riviste e giornali (questi ricoprivano, all’epoca, il ruolo poi assunto dalla televisione). Le sue illustrazioni degli avvenimenti bellici della Grande Guerra e delle vicende degli Alpini, nelle annate 1914-1918, hanno sicuramente un grande valore culturale e documentario. È lecito affermare che il lavoro di Beltrame riassume l’intera storia sociale italiana della prima metà del XX secolo.

Achille Beltrame, copertina de «La Domenica del Corriere», 21-28 novembre 1915.
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Achille Beltrame, copertina de «La Domenica del Corriere», 27 giugno-4 luglio 1915.

Foto di trincea

La Prima guerra mondiale fu il primo conflitto ad essere documentato con fotografie e filmati, anche se le foto di guerra, all’epoca, non vennero mai pubblicate sui giornali. Ai quei tempi, infatti, non esistevano i mezzi per trasmettere immagini fotografiche dal fronte: basti pensare che ci si serviva ancora dei piccioni viaggiatori! Le fotografie, quasi sempre di autori anonimi, sono comunque straordinari documenti storici, spesso d’intenso impatto emotivo e di valore artistico indiscutibile; ritraggono le cerimonie ufficiali, gli effetti dei bombardamenti ma soprattutto i soldati in trincea, colti mentre combattono, soccorrono i feriti, nei momenti di pausa, nella paura, nella disperazione.

Vita di trincea, 1915-18. Fotografia.

Ogni guerra è in sé drammatica, giacché stronca vite umane e distrugge paesi, città, raccolti, provoca devastazioni economiche e sociali, povertà, fame. Ma in quella circostanza, dal 1914 al 1918, furono in 70.000.000 a indossare l’uniforme e a partecipare alla Grande Guerra. Dieci milioni di soldati, di età compresa tra i 18 e i 30 anni, perirono in battaglia o per le ferite riportate: un numero mai raggiunto da alcuna guerra precedente, non contando il dolore che queste morti irradiarono sui sopravvissuti (madri, padri, mogli, figli, fidanzate, amici) e non contando gli otto milioni di invalidi, ciechi e mutilati che non riuscirono mai più, a guerra ultimata, a condurre una vita normale. Ungaretti e l’arte della Prima guerra mondiale.

Vita di trincea, 1915-18. Fotografia.

Dix e il Trittico della guerra

Il pittore tedesco Otto Dix (1891-1969) partecipò da soldato alla Prima guerra mondiale, e nel corso degli anni Venti dedicò a questo drammatico tema alcune opere significative. Benché la guerra si fosse oramai conclusa, egli ritenne che fosse eticamente necessario continuare a parlarne con lo scopo, poi risultato vano, di scongiurare una nuova tragedia di tale portata.

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In uno dei suoi capolavori, il Trittico della guerra, dipinto tra il 1929 e il 1932, Dix raccontò in modo lucido e brutale la violenza, l’orrore, l’alienazione che ogni guerra porta con sé: la natura è sconvolta, le città sono devastate, cumuli di cadaveri massacrati suscitano disgusto e provocano una sensazione claustrofobica. In quest’opera, concepita come un trittico rinascimentale tedesco dotato di predella, viene presentato al pubblico lo scenario spettrale e devastato di corpi maciullati, accatastati disordinatamente uno sull’altro, impigliati nel filo spinato, infilzati in un albero, sdraiati in una trincea diventata una bara collettiva.

Otto Dix, Trittico della guerra, 1929-32. Tecnica mista, 2,04 x 2,04 m. Dresda, Staatliche Kunstsammlungen, Gemäldegalerie Neue Meister.

Nel pannello di sinistra, i soldati marciano verso il fronte; in quello centrale, un soldato col volto coperto da una maschera antigas appare come una figura spettrale e foriera di morte; a destra, un soldato regge il cadavere di un compagno; in basso, un sepolcreto. Queste immagini richiamano, nell’ordine, le iconografie cristiane della Salita al Calvario, della Crocifissione, della Deposizione (o della Pietà) e del Cristo nel sepolcro. Ungaretti e l’arte della Prima guerra mondiale.

Otto Dix, Trittico della guerra, 1929-32. Pannello centrale.

Una veritiera testimonianza

Durante la Prima mondiale, raramente vennero prodotte opere che riportavano in modo veritiero l’orrore del conflitto: i sistemi di controllo e di censura, imposti dai governi e dagli stati maggiori degli eserciti, impedirono a pittori, disegnatori e fotografi di diffondere immagini troppo crude degli effetti del conflitto. D’altro canto, gli stessi soldati, nelle loro lettere dal fronte, non indulsero mai in descrizioni realistiche, per non aggravare il dolore di chi stava a casa.

Scrivendo ai familiari dei commilitoni morti, si limitavano a dei consolatori “è caduto combattendo da eroe”, oppure “è morto senza soffrire”, “è stato colpito al petto o in fronte” (giacché l’essere colpito alla schiena poteva lasciare intendere che il caduto stesse scappando), “il corpo è rimasto integro”, “il viso è perfettamente riconoscibile”.  Tutto ciò, il più delle volte, era falso. I poveri soldati morirono assai spesso maciullati da una bomba e dei loro corpi non rimasero che brandelli; molti di loro non vennero mai identificati, perché sfigurati o perché troppo decomposti. Certo, è umanamente più pietoso ricordare questi caduti belli, integri, eroici, accompagnati da vittorie alate, abbracciati da angeli. Pochi artisti ebbero il coraggio, anche anni dopo, di raccontare le cose com’erano accadute. Dix fu uno di questi.

Ungaretti: nel dolore, la ricerca d’Infinito

Questo dolore, questa angoscia sono magistralmente espresse dall’opera di molti intellettuali, scrittori e poeti italiani che fecero esperienza al fronte rendendone poi testimonianza. Il grande poeta Giuseppe Ungaretti (1888-1970), maestro precursore dell’Ermetismo, dedicò alla Grande Guerra una parte della sua produzione poetica. Arruolatosi con entusiasmo come volontario, e inviato a combattere sul Carso, mentre era soldato Ungaretti scrisse in un taccuino alcune poesie, che furono poi raccolte e pubblicate, nel 1916, con il titolo Il porto sepolto. Questi versi, unitamente ad altri successivi, tornano in Allegria di naufragi, del 1919. Le due raccolte, infine, confluirono, con nuove integrazioni, nel volume L’allegria, del 1931.

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Queste poesie, brevi, talvolta brevissime, hanno un marcato carattere autobiografico, in una stretta connessione fra arte e vita, e nella loro essenzialità stringata cercano il senso ultimo e nascosto delle cose. Esse sono infatti del tutto prive di qualunque componente descrittiva; attraverso lo strumento dell’analogia, con una o, al massimo, poche ed efficacissime immagini poetiche, puntano direttamente al significato con incredibile intensità, scandagliando la profondità del mondo interiore del poeta. «Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie» (Soldati, 1918). La vita del soldato, che qui percepiamo senza nome, senza identità, desolato e solo, è assimilata alla fragilità di una foglia in autunno.

Veglia

Basta un nulla, anche un alito di vento, a stroncarla: straordinario il senso di sospensione e di precarietà suggerito da questi pochi versi. In Veglia (1915), il poeta è accanto al cadavere sfigurato di un compagno caduto. I primi versi evocano, senza retorica alcuna, l’orrore della guerra e le sue nefaste conseguenze. E tuttavia, l’immagine straziante di quel corpo maciullato conduce a un inatteso rovesciamento di senso: «nel mio silenzio / ho scritto / lettere piene d’amore / Non sono mai stato / tanto / attaccato alla vita».

Anche nel dolore più lacerante, anche nel buio più profondo si può scorgere la luce, intesa come amore per la vita e amore per l’umanità, che restano, sempre e comunque, i valori più alti da curare. In Mattina (1917), la sua lirica più famosa, attraverso la brevissima ma folgorante sequenza di quattro parole, «M’illumino d’immenso», Ungaretti riesce come pochi a esprimere il suo anelito d’Infinito e di Eterno.

Una foto di Ungaretti anziano.


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