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Della pazzia di Van Gogh e della sua morte
Vuole un luogo comune che Vincent Van Gogh fosse pazzo ...
Autore: Giuseppe Nifosì Pubblicato in Postimpressionismo e Simbolismo – Data: Febbraio 16, 2021 2 commenti 24 minuti
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Vincent Van Gogh (1853-1890) è certamente uno dei pittori più popolari, più apprezzati e più amati al mondo. Universalmente considerato un genio, a distanza di oltre cento anni commuove con le sue opere un pubblico tanto diverso da quello per il quale aveva cercato di dipingere, ottenendo un successo che, in vita, nemmeno si sarebbe sognato. Eppure, come tutti i grandi artisti Van Gogh è ancora vittima di pregiudizi e la sua immagine è soffocata da stereotipi e luoghi comuni. Della pazzia di Van Gogh e della sua morte.

Ad esempio, è convinzione comune che egli fosse pazzo. Geniale, certo, ma pazzo. D’altro canto, ci sono tre passaggi della sua biografia, noti a tutti, che sembrerebbero dimostrarlo: il taglio dell’orecchio, il ricovero in manicomio, il suicidio. Gli si può perdonare di essere stato pazzo, perché a un artista si perdona tutto, e poi, si sa, gli artisti sono diversi, anzi in fondo sono tutti un po’ pazzi. E Vincent lo era più degli altri, altrimenti non gli sarebbe capitato tutto quello che sappiamo. La verità, come sempre, è molto più complessa. E solo andando oltre le apparenze, o l’apparente evidenza, si potrà scoprirla.

Casa natale di Vincent van Gogh, nel presbitero di Groot-Zundert, nei Paesi Bassi, in una foto d’epoca.

L’importanza di un nome

Vincent, figlio di un pastore calvinista, nacque il 30 marzo del 1853 in un paesino del Brabante olandese, non lontano dalla frontiera belga. Fu il più grande di sei figli ma non il primogenito: venne infatti al mondo esattamente lo stesso giorno di un fratello nato morto, un anno prima di lui, e che prima di lui aveva portato il suo nome: Vincent. Ogni giorno, da bambino, passava davanti alla tomba che portava il suo nome: “Vincent Van Gogh – 1852”. Chissà cosa mai avrà pensato di fronte a quel sepolcro. Della pazzia di Van Gogh e della sua morte.

Chissà quante volte avrà pensato che quel fratello morto era il “vero” Vincent, l’originale, mentre lui solo un sostituto. Osservano gli psichiatri che l’immediata sostituzione di un figlio morto con un altro comporta gravissimi traumi al sopravvissuto, alimentando in lui inconsci sensi di colpa. Figuriamoci se questi eredita anche il nome del fratello. È indiscutibile che il nostro Vincent venne segnato da questa circostanza, che condizionò il suo carattere, il suo temperamento e forse la sua stessa esistenza. Il senso di inadeguatezza che accompagnò l’artista in ogni fase della sua vita aveva origine nella sua stessa nascita.

Vincent Van Gogh a 19 anni. Fotografia. Vincent Van Gogh Foundation. Si tratta dell’unica foto conosciuta del pittore.

Un fallimento dietro l’altro

Vincent crebbe timido, taciturno e ombroso, in una famiglia ostile e anaffettiva. Studiò, con grande difficoltà, presso la scuola pubblica locale, poi in un collegio protestante, dove imparò piuttosto bene il francese e l’inglese, infine in un’altra scuola presbiteriana. Tuttavia, le difficoltà economiche della famiglia e soprattutto lo scarso profitto lo convinsero ad abbandonare gli studi, a soli 15 anni. Assunto da una società di mercanti d’arte contemporanea internazionale, la Goupil, Van Gogh lavorò prima all’Aia e poi presso le filiali di Londra e di Parigi. L’intenso lavoro e le visite frequenti ai musei di queste città stimolarono enormemente i suoi interessi culturali ma un’inquietudine interiore lo divorava costantemente, impedendogli di concentrarsi sul lavoro: nel 1876 fu dunque licenziato. Fu, questo, il secondo drammatico fallimento della sua vita. Della pazzia di Van Gogh e della sua morte.

Sul fronte affettivo le cose non andavano meglio. A Londra si era perdutamente innamorato di una donna, peraltro già fidanzata, che iniziò a corteggiare in modo serrato e invadente, tanto da esserne respinto in modo aspro. Fu, questo, il primo di una serie di rifiuti che alimentarono in lui un nevrotico complesso di inferiorità, mai risolto, nei confronti delle donne.

Un predicatore mancato

I rapporti di Vincent con suo padre sono una delle principali chiavi di lettura per comprendere tanti suoi comportamenti anomali e i nevrotici rapporti relazionali. Quel padre che lo rifiutava, che non nascondeva di vergognarsi di lui, fu per Vincent una vera e propria ossessione. Per tutta la vita, inseguì l’ombra di quel padre ostile, ricercando la figura paterna in ogni altro uomo che percepiva come protettivo e rassicurante. Fu perché animato dal fervente desiderio di seguire le orme paterne che, nel 1878, entrò in un seminario di Amsterdam, e in seguito in una scuola per Evangelisti a Bruxelles. Della pazzia di Van Gogh e della sua morte.

Voleva diventare predicatore, voleva che il padre potesse finalmente mostrarsi fiero di lui. Nel 1879, iniziò la sua esperienza pastorale e politica tra i minatori del Borinage, una regione mineraria del Belgio meridionale definita il “paese nero”; insegnò le Sacre Scritture, istruì i bambini, curò gli ammalati, con uno slancio ed un fervore che rasentavano il fanatismo.

Minatori che vanno al lavoro. Disegno realizzato a margine di una lettera inviata da Vincent a Theo, 1880.

Fu soprattutto grazie a questo «corso gratuito della grande università della miseria» che l’artista compì la sua formazione culturale. La costante lettura e la personale interpretazione della Bibbia lo portarono a contestare il formalismo religioso dei suoi confratelli di predicazione, i quali (sono le sue parole) «erano incapaci di emozione umana» e guardavano «le cose spirituali» solo «dal punto di vista tipico degli ubriachi». Van Gogh, invece, aveva maturato un’idea della religione calata nella realtà quotidiana: per lui, i minatori che uscivano dai pozzi recavano in sé stessi l’immagine di Dio. Della pazzia di Van Gogh e della sua morte.

L’atteggiamento estremista del giovane Van Gogh preoccupò ben presto il consiglio ecclesiastico di Bruxelles, che, scaduti i sei mesi di prova, decise di non rinnovargli l’incarico. Vincent, abbandonato nella miseria più nera e nella solitudine più assoluta, cadde nella disperazione. Fu obbligato a tornare a casa, affrontare lo sguardo di disprezzo del padre, di fronte a quell’ennesimo fallimento, il più grave. In apparenza, più Vincent cercava di “riuscire” agli occhi del padre più trovava il modo di fallire, come a voler verificare, inconsciamente, se il genitore avrebbe potuto amarlo comunque.

Laddove, in realtà, egli già sapeva, in cuor suo, che avrebbe invece fallito. In fondo, non faceva che ripeterlo, era inadeguato. In sociologia e in psicologia, questo fenomeno viene chiamato “profezia che si autoavvera”: il timore di fallire crea un tale stato di stress da portare fatalmente il soggetto al fallimento, confermando quanto egli stesso aveva predetto.

Theo Van Gogh in una foto del 1888.

La scoperta della pittura

Nel 1881, dopo una breve e tormentata convivenza con i genitori, Vincent venne cacciato di casa dal padre. Trasferitosi a Bruxelles e poi all’Aia, decise di dedicarsi alla pittura, incoraggiato dal fratello Theo. Questi era tutto ciò che Vincent avrebbe voluto essere, senza riuscirci. Bello, perbene, ordinato, a modo, cordiale, era entrato nella stessa galleria da cui lui era stato licenziato, lavorandovi con profitto. Vincent gli fu sempre legato, in un rapporto intensissimo; proprio la ricca corrispondenza epistolare con Theo, di oltre 650 lettere, mantenuta lungo il corso di tutta la vita, ci consente oggi di scandagliare la sua opera e d’indagare la sua travagliata interiorità. Theo, soprattutto, decise di farsi carico di quel fratello disperato. Della pazzia di Van Gogh e della sua morte.

Gli mandò parte del suo stipendio, da quel momento fu lui a garantirgli la sopravvivenza. In un clamoroso cambio di ruoli, diventò il padre che Vincent desiderava e a cui, pur essendo il fratello maggiore, si affidò. Essendo, però, mortificato da tale condizione, propose a Theo questo patto: in cambio di quel piccolo stipendio mensile, equivalente a poche centinaia di euro attuali, egli cedeva al fratello tutti i diritti delle proprie opere, di cui Theo diventava legittimo proprietario e che avrebbe potuto vendere a qualunque prezzo, tenendo tutto il denaro per sé. Cosa che, purtroppo, non avvenne quasi mai, perché i quadri di Vincent, all’epoca, non interessavano a nessuno. Finché Vincent fu in vita, Theo riuscì a vendere solo due suoi dipinti, a poco prezzo.

Sien

Il nostro aspirante artista iniziò dunque ad applicarsi, sostanzialmente da autodidatta, prima al disegno e poi alla pittura, dedicandosi a questa nuova attività in maniera totalizzante, com’era suo solito. Conobbe Sien, una prostituta alcolizzata e incinta che aveva già un bambino (e che gli trasmise la sifilide). Iniziò a convivere con lei, deciso a sposarla e a formare quella famiglia che da sempre sognava e che evidentemente riteneva di non poter creare se non con una donna disposta a tutto pur di migliorare la propria condizione: anche mettersi con lui. Della pazzia di Van Gogh e della sua morte.

Di Sien ci rimane un disegno di Vincent che ce la mostra nuda, magra, ingobbita e macilenta. Sembra molto più vecchia dei suoi 32 anni. L’artista intitolò questo disegno Sorrow, ossia dolore, pena, in inglese. Il progetto di vita non andò, comprensibilmente, a buon fine. L’opposizione fermissima della famiglia, e anche di Theo, spinsero Vincent a lasciarla. Le lettere di quel periodo testimoniano tutta la sua afflizione.

Vincent Van Gogh, Sorrow, 1882. Matita, penna e inchiostro su carta, 44,5×27 cm. New Art Gallery Walsall.

Nel 1885, Vincent poteva considerarsi un pittore vero. Era oramai passato dal disegno alla pittura, e dipingeva tantissimo, in quella che i critici hanno definito la sua “fase olandese”. Tra i quadri di questo periodo è il celebrato Mangiatori di patate, in cui una poverissima famiglia di contadini possiede una ricchezza incalcolabile, agli occhi di Vincent: l’affetto familiare che li unisce, e che a lui manca da sempre.

Vincent Van Gogh, I mangiatori di patate, 1885. Olio su tela, 81,5 x 114,5 cm. Amsterdam, Van Gogh Museum.
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A Parigi

Convinto dal fratello Theo, nel 1886 Vincent si trasferì a Parigi, ospite nella sua casa. Nella capitale francese cercava un clima, un ambiente simile a quello in cui avevano lavorato i pittori realisti che tanto lui amava, Millet, Courbet e Daumier, sperando di potersi unire a un gruppo di artisti che “sentissero” come lui. Parigi, tuttavia, lo deluse profondamente. I maestri del Realismo erano già morti, la compagine impressionista stava sciogliendosi e l’atmosfera parigina si rivelò molto meno capace di accogliere i suoi sogni e le sue aspirazioni di quanto avesse sperato. Fece però amicizia con altri artisti di belle speranze e di grandi sogni: Bernard, Seurat, Toulouse-Lautrec. Conobbe Gauguin, prima che questi si trasferisse in Normandia, e ne rimase affascinato. Della pazzia di Van Gogh e della sua morte.

Paul Gauguin, Autoritratto I miserabili, 1888. Olio su tela, 45 x 55 cm. Amsterdam, Van Gogh Museum.

Iniziò a dipingere febbrilmente. Da quel momento, la sua vita fu come il passaggio di una bruciante meteora: in poco più di tre anni e mezzo, Van Gogh realizzò quasi seicentoquaranta opere di altissimo livello, prima di farsi consumare dalle ossessioni e dal lavoro massacrante che si autoimpose. D’altro canto, Van Gogh non fu pittore “per vocazione” ma per disperazione. «Sia nella figura che nel paesaggio vorrei esprimere non una malinconia sentimentale ma il dolore vero», avrebbe detto al fratello Theo. Della pazzia di Van Gogh e della sua morte.

E questo dolore portò quasi a compromettere il rapporto fra i due. Le lettere di Theo alle sorelle svelano che la convivenza fu quasi impossibile e che il giovane Van Gogh era esasperato: «la mia vita è quasi insopportabile. Nessuno vuole più venire da me perché Vincent non va in cerca che di litigare, inoltre è così disordinato che la nostra casa è tutt’altro che accogliente». Senza dubbio, Vincent fu sempre un uomo difficile, angosciato e come tale distruttivo per sé stesso e per gli altri. Un infelice che procurava infelicità.

Vincent Van Gogh, Caffè di notte, settembre 1888. Olio su tela, 70 x 89 cm. New Haven, Yale University Art Gallery.
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Ad Arles

Dopo aver eseguito più di duecento dipinti e numerosi disegni, nel 1888 Van Gogh lasciò Parigi per stabilirsi ad Arles, in Provenza, immaginiamo con grande sollievo di Theo. All’inizio di maggio, prese in affitto l’ala destra di una casa di quattro stanze in Place Lamartine, la cosiddetta “Casa gialla”, dove pensava di ospitare pittori amici e di fondare una comunità di artisti. I colori forti del Mediterraneo incantarono l’artista, che volle riversarli in tutte le opere prodotte in questo periodo: il Ritratto del postino Roulin, Il caffè di notte, La camera da letto, i Girasoli.

Vincent Van Gogh, Camera da letto, ottobre 1888. Olio su tela, 72 x 90 cm. Amsterdam, Van Gogh Museum.
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Van Gogh, come osservò già nel 1891 lo scrittore francese Octave Mirbeau, «non si era immedesimato nella natura, aveva immedesimato in sé stesso la natura; l’aveva obbligata a piegarsi, a modellarsi secondo le forme del proprio pensiero, a seguirlo nelle sue impennate, addirittura a subire le sue deformazioni». La pittura di Van Gogh non è arte d’impressione ma d’espressione, è un’arte che non vuole esprimere la verità apparente delle cose ma la loro sostanza più profonda. Della pazzia di Van Gogh e della sua morte.

Vincent lasciò che il suo ardore e la sua inquietudine gli guidassero la mano sulla tela, deformò la realtà guardandola attraverso la lente della sua agitazione interiore; attraverso tale arbitrio, Van Gogh fece cadere la legge del colore naturalistico degli impressionisti. Egli non si fermava alle impressioni visive che la realtà esterna gli sollecitava ma ricercava nella realtà quegli aspetti non percepibili attraverso i sensi. Van Gogh prendeva il vero a pretesto per parlare di sé stesso e del suo mondo interiore tormentato; il colore era simbolo delle sue passioni, così come il tratto contorto e dinamico delle sue pennellate dense e pastose simboleggiava la sua tensione esistenziale.

Vincent Van Gogh, Vaso con dodici girasoli, 1888. Olio su tela, 93 x 73 cm. Monaco, Neue Pinakothek.

L’arrivo di Gauguin

Gli Arlesiani accolsero con diffidenza quello strano personaggio venuto dal Nord. Vincent aveva lineamenti irregolari, un naso importante, le lentiggini, la voce stridula resa buffa dal forte accento olandese, dieci denti di metallo in bocca di cui si vergognava molto e a causa dei quali non sorrideva mai. Era sempre sporco e trasandato, i capelli rossi arruffati e la barba incolta, si lavava poco. Insomma, non era bello e d’altro canto non era nemmeno amabile. Pur essendo bizzarro appariva, tuttavia, innocuo. La gente di Arles, paesotto arretrato e certo poco aperto alle novità, si limitò ad ignorarlo. Solo i ragazzi si divertivano a importunarlo, trattandolo da “scemo del villaggio”.

Paul Gauguin, Van Gogh mentre dipinge i girasoli, 1888. Olio su tela, 73 x 91 cm. Amsterdam, Van Gogh Museum.

Vincent, scrivendo al fratello, commentò così questo dipinto stupito ed offeso: «Sono proprio io, ma diventato pazzo».

Raggiunto nell’ottobre del 1888 ad Arles dall’amico e collega Paul Gauguin, Vincent visse un periodo di relativa tranquillità e godette di un certo ottimismo. Era felicissimo per quell’arrivo: avrebbe finalmente allontanato lo spettro della solitudine che lo ossessionava, avrebbe potuto fondare quella comunità di artisti che da sempre sognava, avrebbe avuto al suo fianco un uomo che ammirava fino alla venerazione. Risale a questo periodo la serie straordinaria dei Girasoli, quattro tele con le quali Van Gogh volle accogliere l’amico. Una esplosione di giallo ottimista, solare, caldo. Non sfugge il significato simbolico di opere come queste: il girasole segue il sole nel suo cammino, e il sole, in quel momento, per Vincent era Gauguin. I girasoli, insomma, sono un suo ideale autoritratto.

Vincent Van Gogh, Autoritratto con orecchio bendato, 1889. Olio su tela, 60 x 49 cm. Londra, Courtauld Gallery.

Il taglio dell’orecchio

La realtà si mostrò tuttavia meno serena e positiva: purtroppo, Vincent non sapeva che Gauguin aveva accettato di andare ad Arles, su insistenza di Theo, unicamente perché era in difficoltà economica, e il giovane Van Gogh si era offerto di coprire tutte le spese e di sostenere anche lui per un certo periodo. Ma Gauguin detestò subito tutto di quella situazione: Arles, la Provenza, la convivenza con Vincent, forse Vincent stesso. Manifestò presto l’intenzione di andarsene.

La delusione fu così lacerante da spingere Van Gogh alla disperazione. L’antivigilia di Natale del 1888, dopo la definitiva rottura del rapporto con Paul, Vincent entrò irrimediabilmente in crisi: in preda a un attacco violento, si tagliò l’orecchio sinistro. Come andarono le cose esattamente non sappiamo e forse non lo sapremo mai. Conosciamo solo la versione di Gauguin, perché Vincent non fornì mai la sua. Gauguin sostenne che Vincent lo aggredì con un rasoio aperto e che a lui bastò fermarlo con un semplice sguardo. Al che, andò a dormire in albergo.

Le cronache dell’epoca raccontano che Vincent, tagliatosi in casa l’orecchio, si recò al bordello di Arles e consegnò l’orecchio alla prostituta che era solito frequentare con l’amico. Questa avvisò le forze dell’ordine, che si recarono in casa di Van Gogh e, trovatolo ferito e sanguinante, lo portarono all’ospedale. Gauguin, avvertito dell’accaduto, fece subito i bagagli e senza nemmeno un saluto sparì. Eppure, Vincent non smise mai di volergli bene.

Questo clamoroso atto di automutilazione è stato variamente interpretato dagli psichiatri di oggi: per alcuni, Vincent ha rivolto a sé stesso l’aggressività che avrebbe voluto indirizzare a Gauguin, colpevole di abbandonarlo; per altri, la scelta di offrire simbolicamente l’orecchio all’amico, per il tramite della prostituta, era un chiaro gesto di sottomissione. Se davvero Vincent aveva aggredito Gauguin, con quel gesto estremo gli comunicava che mai gli avrebbe fatto del male, piuttosto lo avrebbe fatto a sé stesso. Se l’aggressione non ci fu, gli faceva sapere che per lui era disposto a tutto.

Cortile dell’ospedale di Arles.

Il manicomio e la pazzia

Il crollo psichico avuto ad Arles fu da tutti interpretato come follia e a mettersi nei panni dei poveri Arlesiani si può pure capire. Ma Van Gogh non era pazzo. Non clinicamente, almeno. Era nevrotico e depresso, soffriva di allucinazioni e di momenti di amnesia, ma tutti questi disturbi erano certamente provocati e talvolta amplificati dall’abuso di alcol e di assenzio o forse da una forma di epilessia. Oggi, Vincent Van Gogh sarebbe stato curato, con farmaci efficaci e un buon percorso di psicoterapia, e sarebbe quasi certamente guarito. Certo, non sarebbe più stato lo straordinario artista che tutti conosciamo, perché non avrebbe più trasferito sulle tele la propria interiorità: era infatti la pittura, in quegli anni tormentati, la sua unica terapia.

Cortile dell’ospedale psichiatrico di Saint-Rémy.

Ricoverato inizialmente presso l’ospedale di Arles, dopo quattro mesi (nel maggio del 1889) accettò di farsi internare nella clinica psichiatrica di Saint-Rémy. Vincent era ben consapevole di stare male, chiedeva aiuto, voleva essere curato. Quell’anno, nella solitudine del manicomio, Vincent produsse capolavori struggenti, tre cui Notte stellata. Deciso a indagare a fondo la realtà, Van Gogh volle andare oltre la superficie, oltre le percezioni immediate con cui normalmente conosciamo il mondo, volle, insomma, conquistare l’intima essenza delle cose.

Vincent Van Gogh, Notte stellata, giugno 1889. Olio su tela, 73,7 x 92,1 cm. New York, The Museum of Modern Art.
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Come ha scritto magistralmente Antonin Artaud (1896-1948), autore del celeberrimo saggio Van Gogh, il suicidato della società (del 1947), l’artista era un visionario fin troppo lucido, dotato «di quella superiore lucidità che consente […] di vedere infinitamente e pericolosamente oltre il reale». «Pazzo Van Gogh? Chi, un giorno, è stato capace di guardare un volto umano, osservi l’autoritratto di Van Gogh. Non conosco un solo psichiatra capace di scrutare un volto umano con la stessa forza e la stessa potenza, di sezionarne spietatamente l’inconfutabile psicologia».

Vincent Van Gogh, Autoritratto, 1889. Olio su tela, 65 x 54,5 cm. Parigi, Musée d’Orsay.
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Ad Auvers: la morte

Nel maggio del 1890, Vincent lasciò la clinica di Saint-Rémy per trasferirsi ad Auvers-sur-Oise, presso Parigi, per essere curato dal dottor Paul Gachet, uno psichiatra pioniere della psicoterapia allora nascente. Il fratello Theo lo aiutò a vivere brevi periodi di fiducia in sé stesso ma la forma depressiva in cui si dibatteva era davvero grave. La vita gli appariva come bloccata dal dolore: un dolore che, scrisse egli stesso, «occupa l’orizzonte a tal punto che assume le scoraggianti proporzioni del diluvio».

Vincent Van Gogh, Ritratto del dottor Gachet, giugno 1890. Olio su tela, 68,2 x 57 cm. Parigi, Musée d’Orsay.

L’unica forma di consolazione era, come sempre, la pittura e più precisamente il colore, che ancora riusciva ad estasiarlo. La sofferenza, l’angoscia esistenziale che tormentavano l’artista erano aggravate da una totale mancanza di autostima. Come uomo e come pittore, Vincent si sentiva un fallito: «sento quanto io sia inferiore a tanti pittori belgi dotati di enorme talento»; «per quanto mi riguarda, io sono votato all’infelicità e all’insuccesso», «sul mio conto non ho alcuna speranza, o quasi».

Ad aggravare la condizione psicologica di Van Gogh furono prima il matrimonio di Theo e poi la nascita del suo primo figlio, che, amorevolmente ma incautamente, venne chiamato Vincent. Un terzo Vincent veniva al mondo: se davvero il nostro aveva pensato di aver sostituito il primo, certamente immaginò che il terzo avrebbe sostituito lui. Theo, in buona sostanza, non poteva più occuparsi del fratello. In una delle sue ultime lettere, Van Gogh scrisse che la sua morte avrebbe potuto porre fine al travaglio della famiglia: le sue opere sarebbero aumentate di valore e Theo, con la giovane moglie e il figlioletto Vincent appena nato, avrebbero potuto condurre una vita migliore.

A prendere per buone queste affermazioni, si dovrebbe concludere che Vincent stesse valutando di uccidersi per fare qualcosa di utile, per realizzare l’ultima missione della sua vita, lui che (nella sua testa) non era mai riuscito a combinare nulla. Forse l’artista desiderava solamente porre fine al devastante senso di fallimento che lo affliggeva.

Campo di grano con volo di corvi, dipinto nel 1890, precedette di pochi giorni la morte dell’artista: Van Gogh lo dipinse riversandovi tutta la disperazione, la rabbia, la solitudine che lo tormentavano. Non è dunque un semplice paesaggio ma la trasposizione simbolica di uno stato d’animo e di una situazione esistenziale.

Vincent Van Gogh, Campo di grano con volo di corvi, luglio 1890. Olio su tela, 50,5 x 103 cm. Amsterdam, Van Gogh Museum.
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Il 27 luglio, secondo la versione ufficiale dei fatti, Vincent si sparò un colpo di pistola al ventre. Visse ancora due giorni in agonia; poi morì. Si chiudeva la parabola esistenziale del grande artista con un finale annunciato e quindi scontato: il suicidio. Sei mesi dopo, certamente oppresso dal dolore, ma più probabilmente a causa di una malattia pregressa, si spense anche Theo, che in seguito fu sepolto accanto a Vincent. Oggi i due fratelli riposano vicini.

Tombe di Vincent e Theo Van Gogh, Auvers-sur-Oise.

Fu vero suicidio?

Ma fu vero suicidio? Mai lo sapremo con certezza, perché Vincent ha voluto portare questo segreto con sé nella tomba. Ma molte cose non tornano. La versione del suicidio sembra tanto la logica conclusione di una vita disagiata e il suggello di una presunta pazzia. Tutto troppo scontato. Analizziamo la cronaca dei fatti. Il 27 luglio 1890, Vincent esce per dipingere nella campagna intorno al paese. La sera rientra ferito alla locanda dove soggiornava: al proprietario dichiara di essersi sparato.

Conferma questa versione anche alle forze dell’ordine e al dottor Gachet e poi anche a Theo, subito accorso: «volevo uccidermi, ma ho fatto cilecca». La faccenda si chiude lì, tutti prendono atto e nessuno fa altre indagini. Nessuno si chiede dove si fosse procurato la pistola, che non possedeva. Nessuno chiama un chirurgo da Parigi. Oggi sarebbe certamente sopravvissuto, e forse anche allora, se avessero davvero provato a salvarlo.

Certo, è legittimo osservare che Vincent si sparò in pancia, non in testa: scelta inconsueta per chi vuole davvero morire; sopravvissuto al colpo, non ci riprova, ma se ne torna indietro. Ora, le ipotesi più verosimili sono due: Vincent si spara davvero, ma in realtà, inconsciamente, vuole solo attirare l’attenzione su di sé.

Purtroppo, invece, muore, per l’incuria di chi avrebbe dovuto salvarlo. Oppure si è trattato di un incidente: qualche balordo gli spara per sbaglio, senza avere davvero intenzione di ucciderlo e Vincent decide di non denunciarlo. Accetta quel destino che non si è cercato ma che tutto sommato reputa ineluttabile. D’altro canto, sentiva che la sua «tristezza non avrebbe mai avuto fine»: in fondo, andava bene così.

La locanda Ravoux ad Auvers-sur-Oise dove morì Vincent Van Gogh.


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