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La Venere italica del Canova
Un capolavoro moderno e classico insieme.
Autore: Giuseppe Nifosì Pubblicato in Neoclassicismo e Romanticismo – Data: Novembre 19, 2020 0 commenti 4 minuti
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Il grande scultore neoclassico Antonio Canova (1757-1822) operò in un ambiente dominato da scultori-copisti-archeologi. Per questo, amò cercare una forte condivisione con lo spirito dell’arte antica. Privilegiò quindi i soggetti mitologici e realizzò, nell’arco della sua lunga carriera, innumerevoli statue raffiguranti divinità, eroi e protagonisti di famose opere letterarie greche. La Venere italica del Canova.

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Canova e l’antico

Pochi scultori del XIX poterono vantare una fama e un apprezzamento universale paragonabili a quelli conquistati da Canova, l’unico artista cui fu consentito di collocare le proprie sculture moderne nel prestigioso Museo Vaticano. In alcune circostanze, con le opere di Canova si cercò di compensare la gravissima perdita di alcuni capolavori della scultura classica, trafugati dai francesi e trasportati in Francia in forza del Trattato di Tolentino. Il trattato era stato firmato nel 1797 da Napoleone e papa Pio VI e prevedeva la consegna alla Francia di importanti opere d’arte collezionate dallo Stato Pontificio.

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Quando l’Apollo del Belvedere, considerato da Winckelmann come la più alta espressione della statuaria greca, fu spedito a Parigi, il Perseo trionfante del Canova fu collocato al suo posto, assieme ad altre due statue dell’artista: i pugili Creugante e Damosseno, protagonisti di un cruento episodio sportivo narrato dall’antico scrittore greco Pausania.

Leòcares, Apollo del Belvedere, copia romana da un originale del IV sec. a.C. Marmo, altezza 2,24 m. Roma, Cortile del Belvedere.
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Antonio Canova, Perseo trionfante, 1797-1801. Marmo, altezza 2,35 m. Roma, Città del Vaticano, Musei Vaticani.

Scolpendo il suo Perseo, Canova ricalcò il modello dell’Apollo del Belvedere ma senza copiarlo: produsse dunque un altro originale, non antico ma degno per la sua perfezione di sostituire il capolavoro perduto.

La Venere italica

Sebbene fosse stata spedita per sicurezza da Firenze a Palermo, e affidata in custodia ai Borboni di Napoli per scampare alla sorte del trattato, anche l’Afrodìte Medici, tra le più celebri statue della Grecia classica (la sua presenza è documentata per la prima volta nel 1638 a Roma, a Villa Medici, da cui il nome) fu sottratta dai commissari francesi del Direttorio che la inviarono a Parigi per volere di Napoleone. Inizialmente, il re d’Etruria, Ludovico I di Borbone, valutò di commissionare a Canova una semplice copia ma l’artista preferì eseguire un’opera del tutto originale.

Afrodìte Medici, copia antica da un originale del III sec. a.C. Marmo. Firenze, Uffizi.

Come già la Venere Medici, di cui questa canoviana ripropone il modello, la Venere italica del Canova (1804) è colta in una posizione pudica, mentre si copre il seno per ripararsi da sguardi indiscreti. Il tema di Venere al bagno è un puro pretesto per la rappresentazione del nudo femminile atteggiato in modo delicato e sensuale.

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Antonio Canova, Venere italica, 1804-12. Marmo, altezza 1,72 m. Firenze, Palazzo Pitti, Galleria Palatina.

Ugo Foscolo

La statua canoviana fu straordinariamente apprezzata dal poeta Ugo Foscolo, che ricordando la Venere italica confessò: «Io dunque ho visitata, e rivisitata, e amoreggiata, e baciata, e, ma che nessuno il risappia, ho anche una volta accarezzata, questa Venere nuova». E aggiunse: «Se la Venere dei Medici è bellissima dea, questa ch’io guardo e riguardo è bellissima donna; l’una mi faceva sperare il paradiso fuori di questo mondo, e questa mi lusinga del paradiso anche in questa valle di lacrime». All’opera fu riservato con tutti gli onori il posto del capolavoro perduto agli Uffizi; e quando la Venere Medici tornò a Firenze, fu trasferita a Palazzo Pitti, dove ancora si trova.

Antonio Canova, Venere italica, 1804-12. Particolare.


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