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Venere e Marte, Pallade e il Centauro: Botticelli, Marsilio Ficino, Lucrezio
Il ruolo nell’Amore (e della ragione) nel mondo.
Autore: Giuseppe Nifosì Pubblicato in L’età rinascimentale: il Quattrocento – Data: Gennaio 23, 2022 0 commenti 7 minuti
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Il quadro Venere e Marte, oggi conservato alla National Gallery di Londra, venne realizzato tra il 1482 e il 1483 da Sandro Botticelli (1445-1510), grande artista rinascimentale attivo soprattutto durante la cosiddetta età laurenziana, cioè sotto il governo di Lorenzo dei Medici a Firenze, verso la fine del XV secolo. L’opera venne infatti dipinta dopo il rientro dell’artista da Roma, città in cui si era recato per decorare, con altri pittori, le pareti della Cappella Sistina.

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Botticelli, Venere e Marte, 1482-83. Tecnica mista su tavola, 69 x 173 cm. Londra, National Gallery.

Venere e Marte

Questi anni corrispondono al cosiddetto periodo profano di Botticelli, durante il quale l’artista dipinse alcuni soggetti mitologici che restano tra le sue opere più famose, come la Primavera, la Nascita di Venere, Pallade che doma il centauro e, appunto, Venere e Marte. La tavola gli fu probabilmente commissionata dalla famiglia Vespucci, in occasione di un matrimonio. Il particolare formato orizzontale, infatti, fa pensare alla decorazione di un cassone nuziale o di una spalliera; la presenza delle vespe nell’angolo in alto a destra è invece un probabile riferimento al cognome dei committenti.

Botticelli, Venere e Marte, 1482-83. Particolare con il busto di Venere.

I due protagonisti sono distesi su un prato. Venere osserva, con atteggiamento tranquillo e consapevole, ma vigile e cosciente, seppure con espressione malinconica, l’amante Marte, spossato e pesantemente addormentato, cui dei satirelli stanno rubando le armi. Uno di loro ha indossato il suo elmo e tiene una estremità della grande lancia, aiutato da un secondo. Un terzo gli suona un corno di conchiglia nell’orecchio per svegliarlo, benché il sonno di Marte sia così profondo che questi non sembra nemmeno scuotersi. Un quarto satirello sbuca dalla corazza vuota del dio.

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Botticelli, Venere e Marte, 1482-83. Particolare con il busto di Marte e due satirelli.

Lo stile adottato da Botticelli è quello tipico del periodo che lo vide impegnato presso la corte medicea. Le figure sono eteree e composte, la linea prevale sul volume creando una composizione armonica e aggraziata, le figure dominano la scena sicché l’effetto di profondità spaziale viene come annullato. Il corpo di Venere è quasi smaterializzato e la sua gamba destra sembra perfino sparire fra le pieghe della veste. Molti critici considerano questa particolare soluzione formale non una scelta dell’artista ma un errore, cui Botticelli cercò di porre, un po’ goffamente, rimedio.

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L’amore vince sulla guerra

Il furto delle armi di Marte addormentato rimanda chiaramente al tema dell’amore che vince sulla guerra. Questa armonia dei contrari, costituita dal dualismo Marte-Venere, era celebrata anche dal Symposium del filosofo neoplatonico rinascimentale Marsilio Ficino (1433-1499), importantissima fonte di ispirazione per Botticelli. Ficino sosteneva la superiorità della dea, simbolo di amore e di concordia, sul compagno, simbolo di odio e discordia. Marte è stato totalmente soggiogato da Venere, sicché resta disarmato.

Botticelli, Venere e Marte, 1482-83. Particolare con il volto di Venere.

Venere secondo Lucrezio

Botticelli fece ampiamente ricorso anche alle fonti classiche quando affrontò temi mitologici come questo, e in ciò venne sicuramente aiutato da Agnolo Poliziano (1454-1494), grande poeta e letterato del Rinascimento, suo amico ed esponente di spicco della corte medicea. L’artista aveva, insomma, ben presente il De Rerum Natura del poeta latino Lucrezio (98/94 a.C.-55/50 a.C.), un poema didascalico in esametri che si apre proprio con una invocazione a Venere.

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Il poeta la presenta come Grande Madre, responsabile del popolamento della terra e del mare e del piacere degli uomini e degli dèi. È infatti grazie a Venere che tutti gli esseri umani, una volta nati, possono guardare per la prima volta la luce del Sole; è, ancora, grazie a lei che la terra rifiorisce e il cielo splende al termine di ogni tempesta. Lucrezio ricorda come proprio Venere sia capace di placare ogni conflitto, abbracciando il dio della guerra Marte, sicché la esorta ad agire.

Lucrezio immaginato da Francesco Hayez. Olio su tela XIX sec.

Venere secondo Marsilio Ficino

Nell’interpretazione pittorica di Botticelli, però, Venere non sta abbracciando Marte. Non è una differenza da poco, e questo indica che Lucrezio fu solo una delle sue possibili fonti. L’opera sembra risentire prevalentemente del pensiero di Marsilio Ficino, il quale chiese al suo amico pittore di rendere visibile il nuovo ideale di bellezza divina.

Ficino intendeva non solo rivalutare pienamente la filosofia antica ma conciliare il pensiero di Platone con gli ideali cristiani. Egli sosteneva, infatti, che la realtà va intesa come combinazione di due grandi princìpi contrapposti: la perfezione divina da una parte e l’imperfezione della materia dall’altra. L’uomo, che pure è fatto di materia, può giungere in vita alla contemplazione del divino, spinto dall’amore e utilizzando la ragione. Rinnegando totalmente i propri istinti, l’uomo d’intelletto nobilita la propria vita.

Sandro Botticelli, La Primavera, La nascita di Venere e Pallade che doma il centauro, tutte opere di committenza medicea, ispirate alla filosofia di Marsilio Ficino.

Humanitas e fragilitas

Ecco perché, nel sistema neoplatonico ficiniano, erano diventati centrali i temi della bellezza e dell’amore: perché l’uomo, educato alla bellezza e spinto dall’amore, può

elevarsi dal regno inferiore della materia a quello superiore dello spirito. Ed ecco perché Ficino volle reinterpretare totalmente la figura di Venere, facendone l’allegoria delle virtuose attività intellettuali che elevano l’uomo dai sensi fino alla contemplazione. Sappiamo che Marsilio Ficino, nel 1481, scrisse una lettera a Lorenzo di Pierfrancesco dei Medici, suo allievo, raccomandandogli di ispirarsi sempre a Venere, intesa proprio come humanitas, identificata con la nuova dignità rinascimentale dell’uomo che esalta i valori di libertà e di razionalità.

Certo, l’humanitas comprende anche la condizione della fragilitas, cioè della precarietà e della mortalità dell’uomo. L’animo umano, grande e fragile allo stesso tempo, è sottoposto a una continua tensione, perché sospeso tra virtù e vizio. È tendenzialmente rivolto al bene, ma incapace di conseguire la perfezione perché ostacolato dall’istinto, che lo spinge verso l’irrazionalità. La perfezione è dunque percepita come una condizione ideale ma irraggiungibile. E difatti, la drammatica consapevolezza dei limiti che lo imprigionano fa dell’uomo neoplatonico un perenne insoddisfatto. Ecco perché la Venere botticelliana è sempre così malinconica.

Sandro Botticelli, Pallade che doma il centauro, 1482-83. Tempera su tela, 207 x 148 cm. Firenze, Uffizi.

Pallade e il centauro

Un significato allegorico analogo a quello riscontrabile in Venere e Marte di Botticelli è presente in un altro capolavoro botticelliano del periodo profano, ossia Pallade che doma il centauro, oggi agli Uffizi, dipinto fra il 1482 e il 1483. Citata tra le opere presenti a Palazzo Medici, assieme alla Primavera, fu probabilmente commissionata in ambito mediceo. Come Venere e Marte, anche questo dipinto affronta il tema, tutto ficiniano, della ragione, impersonata da Atena (detta Pallade, ossia “giovane”) capace di vincere sui sensi, gli impulsi, gli istinti bestiali, qui resi manifesti nella figura del centauro, che è per metà uomo e per metà animale.

Nel capolavoro botticelliano, infatti, Atena, armata di una pesante alabarda, sta in piedi presso una parete rocciosa scheggiata, che sembra quasi un’architettura naturale. La sua veste, trasparente e fluttuante, è decorata con inserti di ulivo e ricamata con motivi di tre o quattro anelli intrecciati. Tiene con la mano destra il centauro per i capelli e questi, armato di arco e quindi pronto ad esercitare violenza, al tocco della dea sembra acquietarsi. Proprio come Marte, egli è vulnerabile di fronte all’incontrastato potere dell’amore e della ragione.

Sandro Botticelli, Pallade che doma il centauro, 1482-83. Particolare.


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