Il De Architectura libri decem di Vitruvio non è soltanto il più importante trattato di architettura dell’antichità, ma una delle fonti teoriche fondamentali dell’intera cultura architettonica occidentale. Nei suoi dieci libri, redatti in età augustea, l’architetto romano definì l’architettura come disciplina autonoma, fondata su principi razionali, estetici e culturali, destinati a esercitare un’influenza duratura nei secoli. Ricordiamo i concetti estetici essenziali di questo trattato, per comprenderne il valore normativo e la lunga fortuna storica.

Marcus Vitruvius Pollio, noto come Vitruvio, visse tra la seconda metà del I secolo a.C. e oltre il 15 a.C. Fu sovrintendente alle macchine da guerra sotto Giulio Cesare e architetto-ingegnere sotto Augusto, che ne apprezzò l’operato al punto da concedergli un vitalizio. Studioso e trattatista, scrisse il De Architectura nella prima età augustea, probabilmente tra il 27 e il 23 a.C., secondo la maggior parte delle ricostruzioni basate sui riferimenti interni al testo. Dedicò il trattato al primo imperatore.
Vitruvio non fu né il primo né l’unico autore romano a scrivere di architettura; tuttavia, il suo trattato è la sola opera antica – dedicata in modo sistematico all’arte del costruire – che si sia integralmente conservata (o quasi, perché ne sono andati persi i disegni).
Il De architectura, infatti, sopravvisse attraverso una tradizione manoscritta medievale ampia ma testualmente inaffidabile, spesso priva di apparati figurativi e segnata da errori di copia. L’esemplare più antico conservato è il celebre Harley MS 2767 (IX secolo).

In età umanistica, fu oggetto di una vera ‘riscoperta’ culturale: nel 1414, Poggio Bracciolini (1380-1459) individuò un manoscritto presso l’Abbazia di San Gallo in Svizzera, contribuendo a rilanciare l’interesse per l’opera, che circolò poi in numerose copie manoscritte prima di essere edita a stampa. Nel corso del Rinascimento, il trattato di Vitruvio assunse un valore normativo, diventando il riferimento teorico imprescindibile per architetti e teorici dell’arte, che vi riconobbero il fondamento antico di una nuova concezione razionale dell’architettura.

Un ruolo decisivo in questa fortuna fu svolto dalle prime edizioni a stampa. Attraverso la stampa, infatti, il testo vitruviano non fu soltanto trasmesso, ma anche progressivamente interpretato, commentato e adattato alle esigenze dell’architettura moderna.
L’editio princeps latina fu pubblicata a Roma nel 1486 o nel 1487, a cura dell’umanista Giovanni Sulpizio da Veroli. Le fonti non consentono di stabilire con certezza l’anno di stampa (non indicata sul frontespizio). L’opera era priva di illustrazioni, mancando i disegni originari di Vitruvio. Un passaggio fondamentale avvenne con la prima edizione illustrata, pubblicata a Venezia nel 1511, che tentò per la prima volta di tradurre in immagini le descrizioni del testo.
Questa edizione, interamente in latino, fu curata da Fra’ Giovanni Giocondo (1433-1515), un umanista e architetto veronese dalla solida formazione filologica e tecnico-antiquaria, noto anche per i suoi studi epigrafici e per il lavoro nei cantieri di ingegneria civile rinascimentale. Le 136 xilografie che corredano il testo rappresentando piante, prospetti, dettagli architettonici, macchine da cantiere e altri dispositivi descritti da Vitruvio.

Ancora più importante fu la prima traduzione in lingua volgare, ossia l’edizione italiana del 1521 curata e commentata da Cesare Cesariano (1475-1543), pittore, architetto e teorico dell’architettura, che rese il trattato accessibile non solo agli umanisti, ma anche agli architetti e alle maestranze, contribuendo in modo decisivo alla sua diffusione nella pratica edilizia.
Nel corso del Cinquecento, seguirono numerose edizioni commentate. Spiccano quelle dell’umanista veneziano Daniele Barbaro (1514-1570), illustrate con il contributo dell’architetto Andrea Palladio, che miravano a restituire un testo filologicamente più corretto e a interpretarlo alla luce delle esigenze dell’architettura rinascimentale. Non fu un caso che in questa operazione sia stato coinvolto proprio Palladio, uno degli architetti che più consapevolmente cercarono di fondare la pratica progettuale moderna su basi classiche rigorose.
Le tavole, in queste fortunate edizioni, non avevano una funzione semplicemente ornamentale o divulgativa: erano uno strumento indispensabile per chiarire passaggi del testo che, in assenza dei disegni originali di Vitruvio, risultavano spesso oscuri o ambigui.
Tradurre in immagini le descrizioni vitruviane significava quindi proporre vere e proprie interpretazioni del trattato, capaci di orientare la comprensione degli ordini, delle proporzioni e dei dispositivi costruttivi. Le immagini delle edizioni rinascimentali del De Architectura, insomma, contano quasi quanto il testo medesimo: contribuirono attivamente a costruire il modo in cui Vitruvio venne letto, compreso e applicato nei secoli successivi.



Il De Architectura raccoglie tutto il sapere relativo all’arte del costruire che la civiltà greca aveva sviluppato e che la civiltà romana aveva ereditato. Il testo parla della forma della città e del foro, delle strade, dei templi, delle basiliche, dei palazzi privati, dei ginnasi, delle palestre e dei teatri, fornendo vincolanti prescrizioni per l’uso degli ordini architettonici. Ma, soprattutto, espone i concetti estetici fondamentali dell’architettura e le loro definizioni.
È in questo contesto teorico che Vitruvio formula la celebre triade di princìpi cui ogni opera architettonica deve rispondere, destinata a diventare uno dei cardini della riflessione sull’architettura nei secoli successivi. Secondo l’architetto romano, l’architettura doveva soddisfare tre categorie: la firmitas, la stabilità; la utilitas, l’utilità; e la venustas, la bellezza, che si raggiunge grazie a «l’armoniosa proporzione delle parti che si ottiene con l’avveduto calcolo delle simmetrie».
Le componenti della bellezza vitruviana, invece, erano sei: l’“ordine” (il razionale accostamento delle parti, basato sull’uso del modulo), la “disposizione” (il progetto generale dell’edificio, in pianta e alzato), l’“armonia” (o euritmia, «quella bellezza dell’insieme che risulta dal perfetto accordo delle parti»), la “simmetria” (la commensurabilità delle parti), il “decoro” (l’impiego adeguato degli ordini architettonici) e l’“economia” (l’opportuno impiego dei materiali).

È importante il contributo offerto da Vitruvio per la definizione del concetto di proporzione, che egli, nel suo schema teorico, lega a quello di simmetria. La proporzione, secondo il trattatista latino, va infatti identificata con la “commensurabilità”, ossia la caratteristica di grandezze omogenee che ammettono un sottomultiplo comune. La proporzione per l’architettura può essere di tipo matematico, quando si adotta per modulo fisso una misura come il diametro di base della colonna, o antropometrica, quando si sceglie come unità di misura il corpo umano, o le sue singole parti. In parole semplici, se oggi il concetto di “proporzione” equivale a quello di “armonia”, Vitruvio lo intese soprattutto come “modularità”.
Un edificio è dunque proporzionato quando tutte le sue parti sono divisibili in base a un modulo fisso, che può essere la misura di una parte dell’edificio, come per il tempio greco, oppure la misura di un oggetto o persino quella media di un uomo. Vitruvio stabilisce quindi un nesso fra uomo, geometria e numero: celebre resta la definizione vitruviana di homo ad circulum e homo ad quadratum, poi ripresa dai teorici del Rinascimento, secondo cui un uomo perfettamente proporzionato, con le braccia e le gambe aperte, è inscrivibile in un quadrato e in un cerchio. È, questa, la concezione del cosiddetto Uomo vitruviano, magistralmente disegnato da Leonardo alla fine del Quattrocento.

Nel libro VI, Vitruvio definisce esplicitamente il ruolo sociale e culturale dell’architetto e rivendica con orgoglio la dignità della sua professione.
«Io sono sommamente grato ai miei genitori, i quali […] ebbero a cuore la mia formazione culturale in quella disciplina che non può sussistere senza una cultura letteraria e una conoscenza enciclopedica in ogni branca del sapere. Quindi, grazie al loro interessamento e alla dottrina dei miei maestri, ho notevolmente arricchito il mio patrimonio di conoscenze occupandomi piacevolmente di argomenti letterari e tecnici […].
Ogni edificio può essere apprezzato per tre diversi aspetti: per la maestria con cui è stato realizzato, per la sua magnificenza, per l’armonica disposizione. E la somma spesa trova giustificazione di fronte a un’opera magnificamente compiuta. Per la fine e precisa esecuzione verrà apprezzato il lavoro dei mastri, mentre all’architetto spetterà il riconoscimento per la leggiadra eleganza delle simmetrie e delle proporzioni. Ma tale risultato si potrà facilmente conseguire se egli saprà accogliere i pareri e i consigli degli operai e della gente comune. Perché tutti quanti, e non solo gli architetti, possono essere in grado di capire ciò che è bello, ma tra l’uomo qualunque e l’architetto intercorre questa differenza: il primo non è in grado di prefigurarsi l’esito finale, se non ad opera compiuta, mentre il secondo ha già chiaro in mente ancor prima di iniziare il lavoro quale sarà il risultato in eleganza, in funzionalità e decoro».
In questo passo Vitruvio delinea con grande chiarezza l’immagine dell’architetto come figura colta e consapevole, dotata di una formazione enciclopedica che va ben oltre il semplice sapere tecnico. L’architettura viene così elevata a disciplina intellettuale, capace di coniugare competenza pratica, progetto razionale e responsabilità culturale.


Il De Architectura di Vitruvio si configura come un testo fondativo non solo per l’architettura romana, ma per l’intera tradizione architettonica occidentale. I suoi principi, basati su proporzione, misura, ordine e razionalità, hanno attraversato i secoli come un patrimonio teorico latente, destinato a essere riattivato in momenti storici diversi. Riscoperto, studiato e reinterpretato dal Rinascimento in poi, diventò la principale fonte teorica attraverso cui gli umanisti e gli architetti moderni pensarono il rapporto tra arte, scienza e costruzione.
A partire da Vitruvio, l’architettura tornò a essere concepita come disciplina intellettuale, dotata di regole, fondamenti teorici e ambizioni universali. Alberti ne fece il punto di partenza per la fondazione dell’architettura moderna; Serlio e Vignola ne tradussero i principi in modelli e norme operative; Palladio ne rielaborò l’eredità in una sintesi capace di diffondersi ben oltre i confini italiani. In questo senso, il De Architectura non è soltanto una fonte antica, ma la premessa indispensabile per comprendere l’intera tradizione trattatistica del Rinascimento e il modo in cui l’architettura occidentale ha pensato sé stessa come sapere teorico e pratico insieme.

