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Irriverenti
Arte contemporanea tra provocazione e denuncia.
Autore: Giuseppe Nifosì Pubblicato in Il Novecento: dagli anni Settanta ad oggi – Data: Dicembre 1, 2025 0 commenti 19 minuti
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Che cosa si intende per arte contemporanea? Non è facile rispondere a questa domanda. L’arte è sempre stata contemporanea, per coloro ai quali si è rivolta per la prima volta. Se partissimo dal presupposto di considerare contemporaneo ciò che attiene agli ultimi venti o trent’anni, oggi sarebbe tale solo l’arte del XXI secolo. Tuttavia, possiamo allargare il campo a un contesto più culturale che strettamente cronologico, riconducendo il concetto di contemporaneo a un certo modo di concepire l’arte, rimandando quindi a una dimensione più strettamente identitaria. Di conseguenza, occupandoci di arte contemporanea, possiamo partire dal secondo dopoguerra. È lì che tutto ha avuto inizio.

Ritratto fotografico di Yves Klein.

Klein

KleinYves Klein (1928-1962) rappresentò il versante concettuale e spirituale del Nouveau Réalisme francese, poiché assegnò al suo “fare arte” un valore assoluto, quasi sacrale, e teorizzò l’uso del colore puro, teso all’acquisizione di un simbolismo universale. «Il miglior provocatore che io abbia mai incontrato, un gran poeta, molto ricco, concentrato e assolutamente socievole, temerario e veramente vivo, un inventore grandissimo, logico e assurdo»: così disse di lui lo scultore svizzero Jean Tinguely.

La produzione di Klein fu caratterizzata da monocromi rossi o blu, talvolta animati da grumi, spugne o altri elementi tridimensionali, che richiamano paesaggi lunari o profondità oceaniche. Questi monocromi, che non hanno segni né confini, sono privi di sfumature e di qualsiasi traccia di pennellata, in quanto realizzati con il rullo. Sono come note musicali uniche, al limite del silenzio, e hanno la funzione di «fissare in uno spazio, a mezzo del colore, quell’energia cosmica che agisce sui sensi», come spiegò lo stesso Klein. Il colore è libero, «si dissolve istantaneamente».

Yves-Klein, IKB 3, Monochrome bleu. Pigmento e resina sintetica su tela 1960. 199 x 153 cm. Parigi, Centre Pompidou.

La pittura di questo artista francese è stata paragonata a quella del suo collega americano Mark Rothko. Entrambi, in effetti, concepirono l’arte come l’espressione di una ricerca profondamente spirituale. Quella di Rothko fu più dolorosamente personale, quella di Klein vagamente finemondista, una risposta differente al diffuso pessimismo post-bellico ed esistenzialista della coeva arte europea. Il colore, secondo Klein, costituiva una realtà in sé, spirituale, trascendente, platonica, dotata di un valore altro. Una realtà capace di condizionare la coscienza degli uomini agendo sulla loro sensibilità, al punto da determinarsi come elemento costitutivo dell’umanità stessa. Egli amò particolar mente il blu, colore dell’infinito, massimo grado di sensibilità immateriale.

Piero Manzoni fotografato, irriverentemente, in bagno con la sua Merda d’artista, nel 1961.

Manzoni

Discendente del grande letterato italiano dell’Ottocento, Piero Manzoni (1933-1963) fu uno degli artisti neodada più interessanti del panorama internazionale. Responsabile con Castellani della rivista «Azimuth», esordì con una serie di opere bianche, gli Achromes (acromo significa, appunto, ‘privo di colore’). La sua breve carriera artistica (bruscamente interrotta da una morte prematura) si svolse nella continua sperimentazione e nell’esercizio della dissacrazione ironica e beffarda; i suoi corpi d’aria, la sua linea senza fine, le sue uova sode, le sue modelle firmate e soprattutto la sua celeberrima Merda d’artista hanno rivelato, sotto l’aspetto provocatorio, una precisa volontà di rinnovamento dell’arte, che grazie a lui e alle sue fulminanti intuizioni prese clamorosamente in giro sé stessa ma nel contempo tornò a prendersi profondamente sul serio.

Piero Manzoni, una delle sue scatolette di Merda d’artista, 1961.

Scrive di lui, assai brillantemente, il critico d’arte Flaminio Gualdoni: «Manzoni attua una sorta di sottrazione fondamentale: annullare il Manzoni “privato” e calarsi totalmente, senza remore e deroghe, nell’opera. Non esiste per lui, in altri termini, una figura pubblica da recitare mondanamente e un’altra, diversa, che abiti il suo vivere ordinario. Manzoni vive arte, pensa arte, pratica arte, sempre, a ogni ora dei suoi giorni e delle sue notti. Tutto il resto non gli importa, o è minimamente interessante». Soprattutto, Manzoni fu un geniale precursore. Nel suo lavoro c’è già, in nuce, tutto quello che sarebbe venuto dopo: Arte Concettuale, Arte Povera, Land Art, Body Art, performance.

Ritratto fotografico di Pino Piscali.

Pascali

Pino Pascali (1935-1968) creò un genere molto personale di espressione artistica. La sua creatività si svolse sul filo di una vitalità dirompente. Le sue fantasiose composizioni e le sue sperimentazioni figurali e grottesche, che includevano gli animali costruiti secondo un’assurda anatomia, furono l’espressione di uno struggente attaccamento al mondo infantile del gioco. Pascali è stato un artista di razza, dalla vivace e intelligente creatività, unanimemente celebrato dagli addetti ai lavori, oggi come quando era in vita, anzi uno dei pochi capace di mettere tutti d’accordo, senza subire l’onta dello sberleffo.

Pino Pascali, Cinque bachi da setola e un bozzolo, 1968. Polignano, Museo Pascali.

Gioco, humour, immaginazione, libertà: è in questo perimetro che va letta, nel suo insieme, la produzione artistica di Pascali. Anche se il rischio è che tale aspetto ludico, pure così marcato, possa mettere in ombra la radicale portata rivoluzionaria del suo lavoro. Pino è stato uno spirito leggero e incline al divertimento, spontaneamente canzonatorio, garbatamente spiazzante: un anarchico gentile, un militante gioioso che corre sul campo di battaglia senza smettere di sorridere. La sua opera è un controcanto ironico che sdrammatizza il radicalismo concettuale di Manzoni (è l’arguta osservazione di Marco Tonelli, curatore del catalogo generale delle sculture di Pascali): totalmente priva di quell’intellettualismo e di quella supponenza seriosa che talvolta gravano su certa arte contemporanea.

Ritratto fotografico di Christo e Jeanne-Claude.

Christo e Jeanne-Claude

Christo (1935-2020) e Jeanne-Claude (1935-2009), marito e moglie, sono stati la coppia inossidabile dell’arte contemporanea, unita al punto da rendere impossibile parlare dell’uno senza l’altra (anche se, in un’ottica prettamente maschilista, si tende a ricordare sempre e soltanto lui). L’aspetto che più colpisce del lavoro di questi due artisti è questo: la sua apparente, assoluta inutilità. Nelle loro opere – i celebri impacchettamenti, i teli, gli ombrelli – non c’è racconto, non c’è propaganda, non c’è funzione dichiarata e neppure esplicito messaggio, politico o sociale. La “vera arte” è altra cosa, si sente spesso ripetere. Ecco, l’irriverenza di seguire strade alternative a quelle che altri considerano giuste è, spesso, un atto di coraggio eroico. Mai inutile. «Essere un artista – disse Christo – non è una professione, è un modo di vivere».

Christo e Jeanne-Claude, The Pont Neuf Wrapped (Il Pont Neuf Impacchettato), 1985. Parigi.

L’arte diventa un’espressione sublime del fare umano proprio quando scaturisce dall’anima dell’artista come frutto di un anelito. Fare arte è una esigenza. Quindi l’arte inutile è, possiamo dirlo, l’arte per eccellenza. Nel caso specifico delle installazioni territoriali di questi due artisti, non c’è mai stato nulla di urlato e di dichiarato, perché Christo e Jeanne-Claude si sono sempre mossi nel campo della pura poesia. E, a guardar bene, i significati sono molti. L’uomo impatta in modo deflagrante sul pianeta con l’artificialità da lui prodotta. Siamo sommersi dalla plastica e questo è diventato un problema planetario. Christo e Jeanne-Claude sono intervenuti nella natura con una artificialità delicata, che non lascia tracce violente, rispettosa, dialogante, temporanea.

Ritratto fotografico di Andy Warhol.

Warhol

Andy Warhol (1928-1987), artista statunitense, si è imposto a New York come il maggior esponente della Pop Art e, ancora oggi, è celebrato come uno dei più grandi artisti del Novecento, tra i più famosi e popolari del secolo scorso. Fu una leggenda già in vita, a metà degli anni Sessanta la sua fama era degna di una pop star presso il “grande pubblico”, che riconosceva con facilità estrema (allora come oggi) i suoi quadri coloratissimi.

Andy Warhol, Barattoli di Zuppa Campbell, 1962. Pittura sintetica su 32 tele, 50,8 x 40,6 cm (ogni tela). New York, The Museum of Modern Art.

Warhol ha incarnato, per primo, una nuova figura di artista, destinata ad avere non pochi proseliti ai nostri giorni: quella del divo glamour e narcisista. Ironica e spiazzante questa sua definizione: «Un artista è uno che produce cose di cui la gente non ha alcun bisogno ma che lui – per qualche ragione – pensa sia una buona idea dargli». Senza dubbio, anche Warhol fu, a suo modo, un rivoluzionario.

Riprodusse infatti sulla tela, attraverso la tecnica della serigrafia e ricolorandoli, prodotti di uso e consumo quotidiano: bibite e detersivi, zuppe in scatola come i celebri e celebrati barattoli Campbell, del 1962, bottigliette di Coca-Cola ma anche foto giornalistiche legate a fatti di cronaca (sedie elettriche, scontri automobilistici), il tutto usando colori piatti, dissonanti, aggressivi e di forte impatto visivo. Warhol ebbe un’idea non elitaria e non intellettualistica dell’arte moderna. Secondo lui, la pittura non può e non dev’essere di nicchia, non deve richiedere sforzi interpretativi o conoscenze critiche; anzi, deve risultare facile, accattivante, immediata, in altre parole, commerciale.

Per questo fece ricorso al linguaggio pubblicitario: per arrivare a tutti, indistintamente. In effetti, la pittura di Warhol, così scanzonata, allegra, colorata, persino pacchiana, piace alla casalinga come al manager, che hanno in comune la condizione, tutta moderna, di consumatori.

Ritratto fotografico di Keith Haring.

Haring

Il più importante esponente della Street Art è stato l’americano Keith Haring (1958-1990), la cui pittura, dall’inconfondibile segno stilizzato, ha arricchito il linguaggio dei fumetti e dei mass media con una nuova, incalzante energia creativa. In una carriera fulminea conobbe un successo planetario diventando, al pari di Warhol a cui è spesso associato, una sorta di marchio di fabbrica statunitense, un vero simbolo dell’arte degli anni Ottanta, un riferimento per un’intera generazione di artisti. Le sue creazioni sono diventate vere e proprie icone dell’arte contemporanea. Una, particolarmente nota e suggestiva, è quella di un uomo (o meglio un ometto, un omuncolo) ottenuto con un disegno essenziale, bidimensionale, fumettistico e (apparentemente) infantile e ingenuo, caratterizzato da una spessa linea di contorno, mostrato quasi sempre in movimento, accompagnato da altre figure e oggetti, tra cui il cuore, l’angelo, il cane, il televisore.

Keith Haring, Ignorance = Fear, Silence = Death, 1989. Litografia, 61.1 × 109.4 cm. New York, Whitney Museum of American Art.

Le opere di Haring hanno voluto celebrare l’amore per la vita e per il prossimo, la felicità, il sesso, ma anche denunciare l’abuso, la violenza e l’oppressione. Attraverso le sue immagini semplici, trattò anche questioni molto importanti, come il capitalismo, il consumismo, le droghe, la segregazione, il razzismo e soprattutto l’AIDS, una malattia che segnò drammaticamente la società negli anni Ottanta, provocando la morte di moltissime persone e che colpì anche lui, omosessuale dichiarato, uccidendolo. Fu Haring un artista “contro”? Certamente. Paladino degli emarginati, difensore dei deboli, capace di rivendicare con forza la sua identità di uomo e di artista, il suo diritto di essere orgogliosamente gay. Un eroe dei nostri giorni, in qualche modo.

Ritratto fotografico di Jeff Koons.

Koons

Jeff Koons (1955), scultore statunitense, è l’esponente di spicco della corrente Neo Pop degli anni Ottanta e Novanta. Artista-divo scanzonato e sfacciato, emulo di Warhol, ha cavalcato l’onda di un cattivo gusto oramai globalizzato, ha giocato con il livellamento tra cultura elevata e cultura di massa ed è stato il principale, consapevole artefice della deriva kitsch dell’arte pop.

Jeff Koons, Balloon dog (orange), 1994. Acciaio inossidabile, 307.3 x 363.2 x 114.3 cm. Collezione privata.

A partire dalla metà degli anni Novanta, Koons ha prodotto una serie di dipinti e grandi sculture in acciaio inossidabile lucidato, alluminio policromo e polietilene, che, nel loro insieme, costituiscono il cosiddetto gruppo della Celebration, dedicato al figlio avuto dalla pornodiva Ilona Staller. Attraverso queste sue creazioni, l’artista ha voluto affrontare il tema del gioco nella sua dimensione prettamente infantile: si tratta di opere che riproducono giocattoli e oggetti legati alle occasioni festive, come i compleanni. Sono differenti soggetti, tra cui cagnolini, cuori, tulipani, uova di Pasqua, un cappellino da party, fette di torta, cumuli di plastilina, nastri.

In particolare, si distingue la serie di cinque Balloon Dog, le riproduzioni di quei palloncini colorati che rappresentano le sagome di animali, in questo caso dei cagnolini, colorate con colori sgargianti (giallo, arancio, rosso, magenta e blu). Koons non si è riappropriato tanto degli oggetti in sé quanto di un certo (cattivo) gusto – tipicamente popolare e della classe media – di cui quegli oggetti sono il frutto e che il mondo dell’arte non considera proprio degno di considerazione. D’altro canto, l’intenzione dell’artista era proprio questa: contaminare l’arte cosiddetta “alta” con quella “bassa”.

Ritratto fotografico di Maurizio Cattelan.

Cattelan

Maurizio Cattelan (1960) è uno degli artisti italiani contemporanei più popolari nel mondo, l’unico che possa veramente competere, oggi, con personaggi del calibro di Jeff Koons. Anche uno dei più discussi. Istrionico, insolente, creatore di opere iconiche (tutti, ma proprio tutti conoscono la sua banana attaccata al muro), è un abilissimo comunicatore, capace come pochi di attirare l’attenzione dei media.

Un furbo provocatore ma anche un attento osservatore della realtà e della società contemporanee, che attraverso lo scandalo, il rumor giornalistico, l’inseguimento della notizia, il ricorso al grottesco e alla parodia vuole spingere il pubblico più attento alla riflessione, anche a costo di indignarlo e irritarlo. Infatti, le sue opere giocano ironicamente e ambiguamente tra realtà e finzione e affrontano, con le armi della parodia, del paradosso e del sarcasmo, il tema del fallimento e dell’incertezza della vita umana. Con le sue trovate, buffe e bizzarre a prima vista, riesce come pochi a stigmatizzare tutte le contraddizioni della nostra società contemporanea.

Maurizio Cattelan, La nona ora, 1999. Lattice, cera, poliestere, roccia vulcanica, tessuto, pastorale in argento, tappeto, vetro. Collezione privata.

Il suo vero obiettivo è sollevare questioni. L’umorismo «serve da cortina fumogena per far passare un messaggio importante che se espresso in maniera letterale potrebbe risultare meno effettivo di quanto intenda essere. L’ironia nasconde spesso un momento drammatico». Il critico Jeff Rian afferma che per Cattelan l’arte è un dispositivo di sopravvivenza; lui usa le sue opere come strumenti per far fronte a quel grande scherzo cosmico che è la vita.

Ritratto fotografico di Regina Josè Galindo.

Galindo

Coraggiosissima ed estrema è l’arte di Regina José Galindo (1974), poetessa e performer nata e cresciuta in Guatemala, un paese per anni vessato da una tremenda guerra civile durante la quale, tra il 1960 e il 1996, si sono scontrati gli interessi delle classi agiate urbane, discendenti dai colonizzatori, e quelli dei ceti poveri e dei campesiños di etnia maya, sparsi nei villaggi delle zone rurali. Il maggior numero di massacri e di violazioni dei diritti umani contro i maya si è registrato durante la campagna militare iniziata sotto la presidenza di Lucas García (1978-1982) e proseguita sotto la presidenza di Ríos Montt (1982-1983).

Centinaia sono stati i villaggi rasi al suolo, con il massacro della popolazione. In questo drammatico contesto, l’arte di Regina Galindo si è configurata come un costante, martellante elemento di disturbo: grido di dolore e, insieme, atto d’accusa. Con le sue performance – realizzate in luoghi pubblici o in gallerie private dalla fine degli anni Novanta a oggi – così radicali, spiazzanti e disturbanti, così eticamente scomode, sempre in bilico tra la vita e la morte, Regina indaga gli orrori degli stermini e delle persecuzioni, il disprezzo razzista per il “diverso”, la paura, la sofferenza, la vergogna, l’abuso fisico e psicologico di chi è vittima, spingendo il proprio corpo minuto oltre i limiti della sopportazione.

Infliggendosi punizioni aberranti, umilianti e dolorose, si identifica con le vittime dei soprusi, si immedesima nei traumi degli altri, diventandone amica, sorella, figlia, madre. Il suo atto d’accusa, fermo e risoluto, è rivolto in prima istanza contro un regime dittatoriale che ha limitato la libertà, imprigionato, torturato e ucciso; tuttavia, l’artista non dimentica la terribile realtà in cui vivono molti altri popoli nel mondo.

Regina José Galindo, Piedra (Pietra), 2013. Performance.

La voce di Galindo è quella di chi non si rassegna: si leva alta. Regina consente a migliaia di donne, non solo guatemalteche, di portare alla luce e gridare al mondo i soprusi, gli abusi, le prevaricazioni che hanno subìto e che ancora subiscono. Anche in ambito domestico. Perché la violenza di genere è un fenomeno che va ben oltre la dimensione etnica e religiosa. In fondo, persino nei paesi liberali, nonostante l’evoluzione dei costumi, nonostante i risultati ottenuti dopo anni di lotte per rivendicare la parità dei diritti, sono ancora molte le donne sottomesse, segregate, picchiate, uccise.

Ritratto fotografico di Banksy per il Time.

Banksy

Non conosciamo, ancora, la vera identità del più famoso e famigerato street artist contemporaneo, noto come Banksy. Si sa che è britannico, nato, forse nel 1974, e cresciuto a Bristol, e poco altro. A lungo, infatti, Banksy è riuscito a conservare l’anonimato e ancora adesso mantiene sulla propria vita un riserbo assoluto.

Banksy, Flower Thrower, 2003. Stencil su muro. Betlemme.

Attraverso le armi della poesia, dell’ironia, del paradosso, Banksy intende affrontare tematiche importanti come la manipolazione mediatica, la guerra, l’inquinamento, il maltrattamento degli animali, lo sfruttamento minorile, il razzismo, l’imperialismo, il capitalismo, l’avidità, il consumismo, di cui denuncia le aberrazioni, non di rado facendo ricorso ad una sorta di humour nero se non addirittura macabro. Abbondano, nella sua opera, i simboli bellici: armi, proiettili, maschere antigas, missili, bombe, bombe a mano, molotov, carri armati, aerei da guerra. Per questo, la sua forma di Street Art è anche definita Guerrilla Art.

Le trovate di Banksy (divertenti, dissacranti, fantasiose, onestamente irresistibili e geniali) sono accessibili a tutti, dagli adulti ai bambini, dagli intellettuali a chi ha meno strumenti culturali a disposizione, e consentono all’artista di veicolare perfino temi politici di una certa rilevanza. Affrontare argomenti controversi in modo delicato o divertente spinge persone di estrazione e convinzioni diverse a interessarsi a questioni che, magari, avrebbero altrimenti ignorato. Non a caso, la fama di Banksy è esplosa a seguito degli stencil realizzati in Palestina e in Cisgiordania, nel corso di alcuni anni: opere che hanno contribuito a renderlo un fenomeno virale. «Mi piace pensare di avere il fegato di far sentire la mia voce in forma anonima in una democrazia occidentale ed esigere cose in cui nessun altro crede più: la pace, la giustizia, la libertà».

Giuseppe Nifosì, Irriverenti. Arte contemporanea tra provocazione e denuncia, Laterza, Roma-Bari 2025.

Irriverenti

Questo libro si intitola Irriverenti, perché parla di artisti contemporanei che a vario titolo, con diversi linguaggi, sono “andati contro” (la tradizione, il pensiero unico, la morale borghese, il pregiudizio, lo stereotipo), hanno rischiato, hanno dato fastidio, hanno voluto dire qualcosa di serio con modalità percepite dal pubblico (e da certa critica) come sfacciate, hanno puntato il dito e denunciato, a volte con ironia a volte con rabbia, hanno stracciato il velo dell’ipocrisia mostrando la società per quello che è, nel bene e soprattutto nel male.

Artisti che sono stati coraggiosi e a volte profetici, disturbanti e spesso poetici. Alcuni di loro, all’inizio, non sono stati capiti e in parte, pur avendo oltrepassato il primo quarto del XXI secolo, restano ancora incompresi. Eppure, ci aiutano a vedere il mondo e la realtà con disincanto, forse, ma con maggiore lucidità. Questo libro non è la semplice continuazione del mio precedente L’arte contemporanea in 10 artisti. Semmai, è una sua integrazione.

Gli artisti raccontati in quel libro – che non ritroveremo in questo – si sono interrogati sul senso della propria e della nostra esistenza, hanno riflettuto sulle loro e sulle nostre fragilità, hanno cercato l’infinito e sono precipitati nel baratro della vita. I temi di quel libro erano la luce, il buio, il silenzio. Gli irriverenti di questo nuovo racconto fanno rumore, scandalizzano, scuotono, indignano, spiazzano. Ma non trascurano, necessariamente, la strada del sentimento, perché per pensare bene bisogna anche sentire. Anch’essi, con le loro modalità, ci aiutano a riscoprire la nostra umanità.

Ci insegnano che la bellezza si nasconde anche in ciò che bello non appare, che la verità è difficile da capire, che la banalità del male è sempre il pericolo più grande da cui difendersi. Con le loro creazioni non convenzionali, spesso bizzarre, talvolta apparentemente astruse, ci ricordano che chi non può o non vuole vedere non può sapere e chi non conosce, e quindi non capisce, non vive veramente.

Giuseppe Nifosì, L’arte contemporanea in 10 artisti, Laterza, Roma-Bari 2022.

Questo articolo è estratto dal libro Irriverenti. Arte contemporanea tra provocazione e denuncia di Giuseppe Nifosì, edito da Laterza.


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