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L’isola dei morti di Böcklin
Un capolavoro del Simbolismo europeo.
By Giuseppe Nifosì Posted in Postimpressionismo e Simbolismo on Ottobre 15, 2019 0 Comments 5 min read
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Lo svizzero Arnold Böcklin (1827-1901) fu uno dei pittori tedeschi ed europei più ammirati e celebrati del XIX secolo. Esponente di spicco del Simbolismo, recuperò l’eredità del Romanticismo tedesco e del pittore Friedrich in particolare, sviluppando uno stile colto e carico di riferimenti letterari. Attivo tra la Germania e l’Italia, dove soggiornò a più riprese, nei suoi quadri, ricchi di dettagli realistici, creò immagini oscillanti tra sogno e realtà, nonché paesaggi immaginari animati da figure mitiche. Il celebre Autoritratto con la Morte che suona il violino, del 1872, ci racconta molto della sua personalità tormentata. L’artista infatti si ritrasse mentre dipinge, porgendo l’orecchio al violino della morte. La sua espressione assorta denuncia una duplice tensione: da una parte il pittore è concentrato sulla nascita della sua opera, concepita come un doppio di sé da lasciare al mondo, come un veicolo di immortalità e dunque uno strumento per sconfiggere la morte stessa; nel contempo, tuttavia, Böcklin sembra distratto e quasi sedotto dall’ignota melodia del violino. isola dei morti

Arnold Böcklin, Autoritratto con la Morte che suona il violino, 1872. Olio su tela, 75 x 61 cm. Berlino, Nationalgalerie.
L’isola dei morti

L’isola dei morti è considerato l’indiscusso capolavoro di Böcklin. Si tratta di un dipinto che l’artista realizzò in diverse versioni, tra il 1880 e il 1886: una produzione ai limiti del seriale che ha visto almeno cinque esemplari consecutivi, uno dei quali, il quarto, è andato perduto durante i bombardamenti della Seconda guerra mondiale, a Rotterdam.

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Così l’artista descrisse la sua opera: «Un’immagine onirica: essa deve produrre un tale silenzio che il bussare alla porta dovrebbe far paura». La scena, ambientata poco prima del tramonto, rappresenta un mare color petrolio, denso e calmo, dalla superficie oleosa, che si infrange sugli scogli generando lievi giochi di spuma. Il cielo, scuro e minaccioso, è velato da nubi compatte e impenetrabili. Un’esile imbarcazione è spinta a remi da un nocchiero visto di spalle che richiama il personaggio classico e dantesco di Caronte. Sulla prua si scorge una bara, posta di traverso e coperta da un telo sul quale è stata deposta una ghirlanda intrecciata di fiori rossi. Una figura in piedi e vista di spalle, apparentemente coperta da un sudario, potrebbe identificarsi con l’anima che accompagna il corpo all’ultima dimora o con la Morte stessa. La barca sta per attraccare sulle coste di un’isola misteriosa a forma di C, nella cui parte centrale si innalzano colossali cipressi dalla punta aguzza; gli scogli affioranti e grandi lastre di pietra scura ne difendono l’entrata. L’isola è sicuramente disabitata, infatti è costituita da rocce a pelo d’acqua, scarpate scoscese, pendii ripidi e impossibili da scalare, aperti da profonde cavità identificabili come tombe. D’altro canto, la presenza sulla barca della bara indica con certezza che si tratta di un cimitero solitario.

Arnold Böcklin, L’isola dei morti, 1880. Prima versione. Olio su tela, 111 x 155 cm. Basilea, Kunstmuseum.
Un capolavoro simbolista

Böcklin perse otto dei suoi quattordici figli prematuramente e rischiò più volte di morire per malattia. L’opera ha dunque una valenza autobiografica. Senza dubbio, però, il soggetto dell’Isola dei morti riesce a esemplificare il mistero del trapasso come pochi altri dipinti dell’Ottocento. L’atmosfera di doloroso enigma, che si esprime attraverso l’esaltazione di un sublime potente e spaventoso, rimanda alle atmosfere del Romanticismo tedesco di inizio secolo. Ma la miscela impeccabile di antico e moderno e la ricchezza di simboli ne fanno un indiscusso capolavoro del Simbolismo europeo.

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L’isola dei morti ebbe, negli anni successivi alla sua realizzazione, e soprattutto nel XX secolo, una fortuna che certamente Böcklin non si sarebbe mai nemmeno sognato di prevedere. Ispirò decine di pittori, tra cui de Chirico e Dalí, esercitò sul pubblico una sorta di vera e propria fascinazione ipnotica, che nella Germania nazista sarebbe poi diventata quasi una forma di isterico fanatismo. Adolf Hitler, nel 1933, riuscì ad acquistare la terza versione del dipinto: in una celebre foto scattata nella Cancelleria del Reich, nel 1940, il quadro campeggia alle spalle del dittatore. Una curiosità: nel 1888, Böcklin dipinse anche L’isola dei vivi, con l’intento di trasmettere un messaggio più positivo del precedente.

Arnold Böcklin, L’isola dei morti, 1880. Seconda versione. Olio su tavola, 74 x 122 cm. New York, The Metropolitan Museum of Art.
Arnold Böcklin, L’isola dei morti, 1883. Terza versione. Olio su tavola, 80 x 150 cm. Berlino, Alte Nationalgalerie.
Arnold Böcklin, L’isola dei morti, 1886. Quinta versione. Olio su tavola, 80 x 150 cm. Lipsia, Art Museum (Museum der Bildenden Künste).

 

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