Cennino di Andrea Cennini (1370-1427), conosciuto come Cennino Cennini, è stato un pittore gotico, ricordato soprattutto per aver scritto, tra la fine del XIV secolo e i primissimi anni del XV, un trattato in volgare sulla pittura, il Libro dell’arte. Il testo fu redatto, secondo parte degli studiosi, attorno al 1398–1400 anche se di questa datazione non possediamo alcuna conferma documentaria. In quegli anni, l’autore fiorentino si trovava a Padova, al servizio di una famiglia aristocratica, i Carraresi. Cennini fu allievo di Agnolo Gaddi, che a sua volta era stato discepolo di Giotto. Come artista, appartenne, quindi, al filone pittorico del cosiddetto “giottismo”.
Anzi, l’autore si vantò di essere il migliore “maestro” della terza generazione giottesca, collegandosi fino a Giotto attraverso la linea che passava per Agnolo e il padre di questi, Taddeo Gaddi. Di Cennini, tuttavia, abbiamo ben poche informazioni: alcune notizie sulla sua vita si trovano nel suo trattato, altre si possono ricavare dalla biografia che Giorgio Vasari, nelle sue Vite, dedicò al maestro di Cennino, ossia Agnolo Gaddi. Poche e incerte le attribuzioni di opere pittoriche alla mano di questo artista, la cui fama e la cui importanza restano legate al suo trattato. Gli sono stati attribuiti gli affreschi con Storie di Santo Stefano nella Chiesa di San Lucchese a Poggibonsi, realizzati nel transetto sinistro nel 1388. L’attribuzione non è documentata da una firma esplicita di Cennini, ma si basa su criteri stilistici e storici consolidati nella critica d’arte. A partire da questi affreschi, all’artista sono stati ricondotti alcuni dipinti su tavola.
Il Libro dell’arte è un testo dedicato al mestiere di pittore, il primo di questo genere. Non nasce, insomma, come libro “da biblioteca”, ma come un manuale di bottega. Cennini offre consigli pratici e regole di comportamento; scrive per chi vuole imparare davvero il mestiere, passo dopo passo, tra preparazione dei colori e tecniche di disegno e pittura: dalla tempera all’olio, dall’affresco alla miniatura. Proprio per questo, il libro è una fonte preziosissima per noi oggi: non racconta solo come si dipingeva nel primo Quattrocento, ma anche come un pittore pensava sé stesso, la propria dignità e il proprio posto tra le arti.
Giusto per citare pochi esempi: nel Capitolo IX, apprendiamo Come tu de’ dare (secondo) la ragione della luce, chiaroscuro alle tue figure, dotandole di ragione di rilievo. Nel Capitolo XXIII, scopriamo In che modo puoi ritrarre la sustanza di una buona figura o disegno con carta lucida. Nel Capitolo XXXVI, Cennini ci insegna Come ti dimostra i colori naturali; e come dèi macinare il negro [ossia il nero], mentre i capitoli successivi ci parlano del rosso, del giallo, del verde e dell’azzurro: come lavorare i diversi pigmenti per ottenere le varie tonalità.
E ancora, nei capitoli dal LXVII al CII, l’autore spiega la Tecnica della pittura murale a fresco, a secco, ad olio e in quelli a seguire tratta della Pittura su tavola e della Miniatura, fino alle tecniche relative a stoffe, vetro e metalli. Fu pubblicato per la prima volta a Roma, nel 1821, da Giuseppe Tambroni.
Affrontiamo la lettura di un brano tratto dal primo capitolo. Il linguaggio è quello del volgare d’inizio Quattrocento: affascinante, ma difficile. Il testo è introduttivo all’intera opera e rivendica orgogliosamente il ruolo del pittore, equiparabile, secondo l’autore, a quello del poeta. È una sorta di manifesto: Cennini definisce il lavoro dell’artista come un equilibrio tra immaginazione (“fantasia”) e tecnica (“operazione di mano”). In questo stesso passo compare anche uno dei giudizi più celebri su Giotto, presentato come colui che avrebbe “mutato” la pittura dalla maniera “greca” a quella “latina”, cioè moderna.
«Nel principio che Iddio onnipotente creò il cielo e la terra, sopra tutti animali e alimenti creò l’uomo e la donna alla sua propia immagine, dotandoli di tutte virtù. Poi, per lo inconveniente che per invidia venne da Lucifero ad Adam, che con sua malizia e segacità1 lo ingannò di peccato contro al comandamento di Dio, cioè Eva, e poi Eva Adam; onde per questo Iddio si crucciò inverso d’Adam, e sì li fe’ dall’angelo cacciare, lui e la sua compagna, fuor del paradiso, dicendo loro: perchè disubbidito avete el comandamento il quale Iddio vi dètte, per vostre fatiche ed esercizii vostra vita traporterete. Onde cognoscendo2 Adam il difetto3 per lui commesso, e sendo dotato da Dio sì nobilmente, si come radice, principio e padre di tutti noi; rinvenne di sua scienza di bisogno era trovare modo da vivere manualmente. E così egli incominciò con la zappa, ed Eva col filare. Poi seguitò molte arti bisognevoli4, e differenziate l’una dall’altra; e fu ed è di maggiore scienza l’una che l’altra; chè tutte non potevano essere uguali; perchè la più degna è la scienza; appresso di quella seguita alcuna discendente da quella, la quale conviene aver fondamento da quella con operazione di mano: e questa è un’arte che si chiama dipignere, che conviene avere fantasia, con operazione di mano, di trovare cose non vedute (cacciandosi sotto ombra di naturali)5 e fermarle con la mano, dando a dimostrare quello che non è, sia. E con ragione merita metterla a sedere in secondo grado alla scienza, e coronarla di poesia».
Commentiamo alcuni passaggi di questo lungo blocco testuale.
«Poi seguitò molte arti bisognevoli».
Cennini parte da un’idea precisa: non tutte le attività hanno lo stesso valore, perché alcune dipendono più direttamente dalla “scienza”, cioè da un sapere alto e ordinato. È dentro questo schema gerarchico (tipico del Medioevo e del primo Rinascimento) che prova a “salvare” la pittura e a farle guadagnare dignità.
«E questa è un’arte che si chiama dipignere».
Qui arriva la definizione più importante: dipingere significa unire immaginazione e tecnica. La pittura non è copia servile del reale: può “trovare cose non vedute”, purché restino credibili, “sotto ombra di naturali”, cioè con un fondamento nel vero. È una formula lucidissima: licenza creativa, ma non arbitrio.
«E con ragione merita metterla a sedere […] e coronarla di poesia».
Il paragone con il poeta, in un’epoca in cui l’arte era relegata ad attività manuale, è perfino audace: serve a rivendicare per il pittore una libertà compositiva. Come il poeta combina parole e inventa mondi, così il pittore combina forme e costruisce figure. È un modo netto per dire che la pittura non è solo manualità, ma anche invenzione.
Continuiamo con la lettura del Capitolo I.
«La ragione è questa: che il poeta, con la scienza prima che ha, il fa degno e libero di poter comporre e legare insieme sì e no come gli piace, secondo sua volontà. Per lo simile al dipintore dato è libertà potere comporre una figura ritta, a sedere, mezzo uomo, mezzo cavallo, sì come gli piace, secondo sua fantasia. Adunque, o per gran cortesia o per amore, tutte quelle persone che in loro si sentono via o modo di sapere o di potere aiutare ed ornare queste principali scienze con qualche gioiello, che realmente senza alcuna peritezza si mettano innanzi, offerendo alle predette scienze quel poco sapere che gli ha Iddio dato. Sì come piccolo membro essercitante nell’arte di dipintoria, Cennino di Drea Cennini da Colle di Valdelsa, nato, fui informato nella detta arte dodici anni da Agnolo di Taddeo6 da Firenze mio maestro, il quale imparò la detta arte da Taddeo suo padre; il quale suo padre fu battezzato da Giotto, e fu suo discepolo anni ventiquattro. Il quale Giotto rimutò l’arte del dipignere di greco7 in latino8, e ridusse al moderno; ed ebbe l’arte più compiuta che avessi mai più nessuno. Per confortar tutti quelli che all’arte vogliono venire, di quello che a me fu insegnato dal predetto Agnolo mio maestro, nota farò, e di quello che con mia mano ho provato; principalmente invocando l’alto Iddio onnipotente, cioè Padre, Figliuolo, Spirito Santo; secondo, quella dilettissima avvocata di tutti i peccatori Vergine Maria, e di santo Luca evangelista, primo dipintore cristiano, e dell’avvocato mio santo Eustachio, e generalmente di tutti i santi e sante del paradiso. Amen».
Il giudizio su Giotto è tra i più celebri (e più influenti) dell’intera tradizione artistica italiana. Quando Cennini dice che Giotto mutò la pittura “di greco in latino”, non intende un passaggio linguistico, ma stilistico: “greco” è la maniera bizantina, fondata su modelli ripetuti e su una rappresentazione più convenzionale; “latino” è invece la pittura occidentale che, secondo Cennini, torna a osservare la natura, a costruire corpi credibili e scene più vive. Anche “moderno” va inteso così: non è il moderno in senso nostro, ma ciò che appare nuovo e attuale nel primo Quattrocento.
Questo testo di Cennini è, ovviamente, parziale e schierato: presenta la storia dell’arte come una progressiva conquista del “vero”. Ma proprio per questo è prezioso, perché ci mostra come gli artisti di bottega, a distanza di pochi decenni, percepivano Giotto: come un punto di non ritorno. In altre parole: più che analizzare con rigore il proprio contesto culturale, Cennini propone un’orgogliosa dichiarazione di genealogia e di appartenenza.
(1) Sagacia, propria di chi, perspicace, pronto e acuto, sa intuire e valutare i vari elementi di una situazione, pronto a trarne vantaggio personale.
(2) Riconoscendo.
(3) Peccato.
(4) Necessarie.
(5) Osservando il vero.
(6) Agnolo di Taddeo Gaddi.
(7) Bizantino. (8) Italiano, non bizantino.