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Giovanni Baglione e l’invenzione del “Caravaggio maledetto”
Una fonte seicentesca tra testimonianza, polemica e pregiudizio.
Autore: Giuseppe Nifosì Pubblicato in Fonti e testimonianze per l’arte – Data: Giugno 28, 2026 0 commenti 8 minuti
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Introduzione

Nel 1642, Giovanni Baglione (1573 ca.-1643) scrisse Le Vite de’ Pittori, Scultori et Architetti. Dal Pontificato di Gregorio XIII del 1572 in fino a’ tempi di Papa Urbano VIII nel 1642, dedicato alle biografie dei principali artisti del suo tempo. La sua Vita di Caravaggio, che fa parte di questo trattato, è una delle fonti più antiche e, al tempo stesso, più problematiche per la ricostruzione della figura e dell’opera di Michelangelo Merisi.

Baglione, romano, fu pittore, teorico e testimone diretto della scena artistica di Roma tra Cinque e Seicento, ma anche rivale personale di Caravaggio, con il quale ebbe rapporti difficili e conflittuali. La sua testimonianza, a lungo accolta senza riserve dai biografi successivi, ha contribuito in modo decisivo a fissare l’immagine di Caravaggio come artista violento, dissoluto e “corruttore” della pittura. Leggere oggi questo testo significa confrontarsi con una fonte preziosa, ma non imparziale, imparando a distinguere tra dato storico, interpretazione polemica e pregiudizio ideologico.

Ottavio Leoni, Ritratto di Giovanni Baglione, 1625. Incisione, 11,3 x 14,4 cm. Chicago, Art Intitute.

La prima biografia di Caravaggio

La Vita di Caravaggio è contenuta ne Le vite de’ pittori, scultori et architetti dal pontificato di Gregorio XIII del 1572 in fino a tempi di Papa Urbano VIII nel 1642. Questa raccolta di biografie, ricchissima di notizie, si configurò come la prima impresa editoriale realizzata a Roma nel corso del XVII secolo e si propose di continuare e aggiornare l’impresa letteraria di Giorgio Vasari.

La Vita di Caravaggio è la prima biografia del pittore lombardo; fu proprio Baglione a tramandare ai posteri l’idea del Merisi “artista maledetto”, teso, con il suo naturalismo, a corrompere le belle forme della pittura classicistica. Purtroppo, i biografi successivi si attennero alla sua testimonianza. È quindi importante sottolineare che l’immagine di Caravaggio come “artista maledetto” sia nata già in questa prima biografia seicentesca, e non, come spesso si crede, nella cultura romantica ottocentesca.

Baglione scrisse a pochi decenni dalla morte del pittore, a caldo, da testimone diretto e da avversario personale.

Ottavio Leoni, Ritratto di Caravaggio, 1621 ca. Carboncino nero e pastelli su carta, 23,4 x 16,3 cm. Firenze, Biblioteca Marucelliana.

Sulle tele della Contarelli

Oggi possiamo affermare che Caravaggio fu vittima di una sistematica opera di screditamento ad opera di Baglione. L’artista-trattatista, infatti, non perse occasione per sminuire l’operato del rivale e per insinuare che molte opere di Caravaggio vennero rifiutate dai committenti perché non rispettavano le loro legittime aspettative. Scrisse infatti il Baglione, a proposito della Vocazione di san Matteo:

«Pur venendovi a vederla Federigo Zucchero [Federico Zuccari (1539-1609), pittore tardomanierista], mentre io era presente, disse: Che romore è questo? e guardando il tutto diligentemente, soggiunse: Io non ci vedo altro, che il pensiero di Giorgione nella tavola del Santo, quando Cristo il chiamò all’Appostolato; e sogghignando, e maravigliandosi di tanto romore, voltò le spalle, ed andossene con Dio».

Caravaggio, Vocazione di san Matteo, 1599-1600. Olio su tela, 3,22 x 3,40 m. Roma, Chiesa di San Luigi dei Francesi, Cappella Contarelli.

Zuccari, ci riferisce Baglione sarcastico, avrebbe dunque sostenuto che la pittura di Caravaggio non era poi così originale ma solo una rielaborazione dello stile di Giorgione, pittore veneziano del Cinquecento. Il riferimento a Giorgione non è affatto neutro: accostare Caravaggio a un maestro del passato, non toscano né romano ma veneto, non classicista, significa ridurre la sua pittura a un’imitazione di modelli non autorevoli. Infatti, Federico Zuccari, pittore tardomanierista e teorico del disegno, era profondamente ostile a qualunque forma di naturalismo, che metteva in crisi i fondamenti stessi della pittura accademica.

Caravaggio, San Matteo e l’angelo, 1599 o 1602. Prima versione. Già a Berlino, Kaiser Friedrich Museum, distrutto.

Invece, della prima versione di San Matteo e l’angelo, destinato sempre alla Cappella Contarelli, leggiamo:

«il quadro d’un certo S. Matteo, che prima avea fatto, per quell’altare di S. Luigi, e non era a veruno [nessuno] piaciuto».

Baglione insinua, senza affermarlo esplicitamente, che il San Matteo venne rifiutato dai committenti. Lo suggerisce in modo allusivo. Oggi, tuttavia, la critica tende a considerare con molta cautela questa notizia, che non è confermata da documenti indipendenti, e studiosi di rilievo tendono ad escluderla.

Caravaggio, San Matteo e l’angelo, 1602. Olio su tela, 2,96 x 1,89 m. Seconda versione. Roma, Chiesa di San Luigi dei Francesi, Cappella Contarelli.

Sulle tavole per la Cerasi

Invece, a proposito delle due tavole destinate alle pareti laterali della Cappella Cerasi, in Santa Maria del Popolo, sempre a Roma (con la Conversione di San Paolo e la Crocefissione di San Pietro), Baglione dice, in modo diretto, che:

«quelli quadri prima furono lavorati da lui in un’altra maniera, ma perchè non piacquero al Padrone, sé li prese il Cardinale Sannesio; e lo stesso Caravaggio vi fece quelli, che ora si vedono, ad oglio dipinti, poichè egli non operava in altra maniera».

Risale quindi alla testimonianza di Baglione la tradizione secondo la quale le prime versioni del San Pietro e del San Paolo siano state rifiutate, al pari di quella del San Matteo: laddove, oggi, la critica è sempre più decisamente discordante con questa lettura dei fatti.

Caravaggio, Conversione di san Paolo, prima versione detta Odescalchi, 1600-1. Olio su tavola, 2,30 x 1,75 m. Roma, Collezione Odescalchi Balbi.
Caravaggio, Conversione di san Paolo, 1601-5. Seconda versione. Olio su tela, 2,30 x 1,75 m. Roma, Chiesa di Santa Maria del Popolo, Cappella Cerasi.
Caravaggio, Crocifissione di san Pietro, 1601-5. Olio su tela, 2,32 x 2,01 m. Seconda versione. Roma, Santa Maria del Popolo, Cappella Cerasi.

I veri rifiuti dei committenti

Di due opere di Caravaggio che invece furono davvero rifiutate dalla committenza, ossia la Madonna dei Palafrenieri e la Morte della Vergine, leggiamo:

«Fece anch’egli in S. Pietro Vaticano una S. Anna con la Madonna, che ha il putto fra le sue gambe, che col piede schiaccia la testa ad un serpe; opera da lui condotta per li Palafrenieri di palazzo; ma fu levata d’ordine de’ Signori Cardinali della fabbrica, e poi di Palafrenieri donata al Cardinale Scipione Borghese».

«Per la Madonna della Scala in Trastevere dipinse il transito di N. Donna ma perché avea fatto con poco decoro la Madonna gonfia, e con gambe scoperte, fu levata via, e la comperò il Duca di Mantova, e la mise in Mantova nella sua nobilissima Galleria».

In questi due casi Baglione non si limita più a insinuare, ma riferisce episodi storicamente attestati: la rimozione delle opere fu reale. La differenza di tono rispetto ai passaggi precedenti è significativa e mostra come l’autore alterni notizie documentate a giudizi tendenziosi.

Caravaggio, Madonna dei Palafrenieri, 1605. Olio su tela, 292 x 211 cm. Roma, Galleria Borghese.

Il giudizio conclusivo

Il giudizio conclusivo di Baglione su Caravaggio è decisamente aspro:

«Michelagnolo Amerigi fu uomo Satirico [satiresco, da satiro, quindi un uomo dissoluto e bestiale], e altiero [altero, qui nel senso di presuntuoso e sprezzante]; ed usciva talora a dir male di tutti i pittori passati, e presenti, per insigni che si fossero [qui è chiaro che si sta riferendo a sé stesso]; poiché a lui parea d’aver solo con le sue opere avanzati tutti gli altri della sua professione. Anzi presso alcuni si stima, aver’esso rovinata la pittura: poiché molti giovani ad esempio di lui si danno ad imitare una testa del naturale, e non istudiando ne’ fondamenti del disegno, e della profondità dell’arte, solamente del colorito appagansi: onde non sanno mettere due figure insieme, nè tessere istoria veruna, per non comprendere la bontà di sì nobil’arte».

Quindi, Caravaggio, secondo Baglione, non fu solamente un cattivo pittore ma anche un corruttore delle nuove generazioni di artisti, che vollero imitarlo.

Caravaggio, Morte della Vergine, 1606. Olio su tela, 3,69 x 2,45 m. Parigi, Musée du Louvre.

In questo durissimo commento finale, Baglione difende apertamente una concezione classicistica della pittura, fondata sul primato del disegno, della composizione e della “storia”, contro il naturalismo caravaggesco, accusato di privilegiare il colore e l’imitazione diretta del vero. L’attacco non è solo personale, ma ideologico: Caravaggio viene indicato come il responsabile di una pericolosa deviazione dell’arte contemporanea.

La conclusione di Baglione è senza appello:

«Fu Michelagnolo, per soverchio ardimento di spiriti, un poco discolo, talora cercava occasione di fiaccarsi il collo, o di mettere sbaraglio l’altrui vita. […] Morì malamente, come appunto male avea vivuto. Se Michelagnolo Amerigi non fosse morto sì presto, avria fatto gran profitto nell’arte per la buona maniera, che presa avea nel colorire del naturale; benché egli nel rappresentar le cose non avesse molto giudicio di scegliere il buono, e lasciare il cattivo. Nondimeno acquistò gran credito, e più si pagavano le sue teste, che l’altrui storie, tanto importa l’aura popolare, che non giudica con gli occhi, ma guarda con l’orecchie».

Il giudizio di Baglione contribuì in modo decisivo alla costruzione del mito biografico di Caravaggio: l’artista geniale ma moralmente riprovevole, amato dal popolo e guardato con sospetto dall’élite colta. Paradossalmente, proprio questa condanna ha poi alimentato la sua fama postuma, trasformando l’“aura popolare” tanto vituperata in uno dei tratti distintivi del suo mito moderno.


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